II Redattore Sociale 10-12 novembre 1995

Redattore Sociale

Per un'editoria meno cinica e più sociale

Tavola rotonda con Claudio Fracassi, Leonardo Zega, Luigi Guastamacchia. Conduce Riccardo Bonacina

 

Riccardo Bonacina - direttore Vita*

Vogliamo iniziare ricordando un uomo che è stato per alcuni un amico, per altri un punto di riferimento: Sergio Turone, morto ieri nel tardo pomeriggio. Turone, come sapete, è stato cofondatore con Fracassi di "Avvenimenti" e quindi vorrei invitare Fracassi a ricordarlo insieme a noi.
Credo che ricordare Sergio Turone sia già entrare nel merito della discussione di questa mattina. Tanto per iniziare, vorrei porre sul tappeto alcune questioni per i tre amici che sono qui con me, poi ne discutiamo molto liberamente e magari in un secondo momento li dibattiamo assieme.
Il titolo della tavola rotonda, "Gutemberg era solidale", è un'affermazione e non una domanda. Parto allora da questa affermazione, che probabilmente è vera: io credo che da quando sono nati i caratteri mobili, la stampa sia un momento della cultura e del sapere; e se solidarietà significa partecipazione anche delle informazioni, allora è vero che Gutemberg era solidale. Riprodurre l'informazione, riprodurre il sapere, renderlo accessibile, rendere il mondo raccontabile è qualcosa di solidale, è qualcosa che appartiene alla solidarietà. Rendere trasparente il sapere è qualcosa che appartiene alla solidarietà. Ma credo che già da quel momento si sia innescata una dialettica, una lotta, una contraddizione, tra questo impulso alla trasparenza, all'accessibilità, alla partecipazione, e l'usare la riproducibilità del sapere e dell'informazione, la possibilità di raccontare il mondo come strumento di consenso e di controllo.

L'informazione che informa

Anche oggi abbiamo la presenza di un'informazione usata solo come strumento di consenso; e credo che l'editoria italiana abbia fin nella sua nascita - per quanto riguarda i grandi giornali, dal Corriere di Albertini in giù - questo vizio di origine.
C'è invece una stampa che informa gli strumenti di informazione, che servono ad informare. Sembra una tautologia ma è così. L'informazione per informare è una conquista, non è una banalità: riuscire a creare degli strumenti editoriali che informino è una battaglia dura. Allora, una domanda che ci veniva posta era: c'è spazio per un'editoria più sociale? Secondo me oggi c'è uno spazio enorme perché la gran parte dell'informazione non informa. E' un'informazione che non racconta la realtà, che è molto autoreferenziale, che serve in una battaglia politica, che è usata come strumento di potere. Quindi le esperienze e gli strumenti che hanno il segno dell'informazione che informa hanno un enorme spazio, nel senso che di essi c'è un'enorme necessità. Una seconda domanda: è proprio vero che affrontare temi impegnativi non paga? Questo permette di sgombrare subito delle grosse bugie dalla nostra discussione: nelle discussioni tra noi giornalisti, nelle tavole rotonde, alla fine c'è sempre questa scusa: beh, si fa così perché sennò non si vende; oppure (quando si parla di Tv): beh, si fa così per gli ascolti, l'audience.... La stampa in Italia perde poderose copie, dal '90 ad oggi: bisogna ricordare che siamo il cinquantaseiesimo paese al mondo per quanto riguarda la vendita di quotidiani ed è imbarazzante vedere tutte le nazioni che ci precedono. Bisogna poi dire che in questo Paese c'è una stampa, in particolare quotidiana, che ormai vende di tutto tranne il giornale: noi andiamo in edicola a comprare tutto ciò che c'è attorno al giornale: cassette, profumi... insomma tutta la gadgettistica più o meno nobile di cui II giornale è diventato un contorno. Di questo bisogna prendere atto; non è vero che si fa così perché si venda di più, perchè in Italia si vende poco e si continua a vendere sempre meno, quindi è una scusa che non tiene. Voi sapete che arriviamo da un anno particolarmente difficile per l'editoria: sono 12 le testate di qualche peso chiuse negli ultimi 12 mesi. Tra i primi 12 quotidiani nazionali, sono 8 quelli che hanno chiesto lo stato di crisi.

Che cosa "paga" di più?

Dunque, prima di dire che affrontare temi impegnativi non paga, bisogna dire che non affrontare la realtà, non fare un'informazione che informa, sicuramente non sta pagando. Continuare a editare dei giornali che non danno informazioni che riguardano la vita dei cittadini di tutti i giorni sicuramente non paga, sicuramente non fa vendere. Magari c'è il boom per due settimane, perché c'è la cassetta che è particolarmente attraente. Però questa è un'editoria malsana, non è un'editoria di mercato; e credo che questa sia una domanda che tutti i giornalisti e editori di una qualche onestà intellettuale si devono porre. E' imbarazzante la non corrispondenza tra ciò che leggiamo e la realtà delle cose. Pensate a come è fatta l'informazione politica in Italia: è un'informazione fatta sulla chiacchiera, in questo paese non sappiamo che cosa succede realmente nel Parlamento, non c'è uno strumento d'informazione che ci dica realmente cosa succede nelle commissioni, chi vota delle cose, chi vota contro, chi si oppone a certi provvedimenti… In America i grandi quotidiani hanno delle parti dove viene addirittura relazionato, anche con una certa pedanteria, ciò che succede nel congresso, chi vota sì, chi vota no, quali nomi, ecc.; e probabilmente un lettore americano affronta le sue scelte politiche con più cognizione di causa. In Italia c'è un'informazione sui retropensieri, sulle battute, sulle date delle elezioni, che vanno avanti da 12 mesi, che mi sembrano 12 anni; ci sono paginate che riguardano la TV, cioè i problemi dei personaggi televisivi; le pagine dell'economia, con gli indici Mibtel, oppure il Marco, il Dollaro, che sono lontanissime dai problemi dell'economia reale. Tutto questo non paga.

Pubblica utilità poca; interviste tante

Affrontare temi impegnativi, o meglio affrontare la realtà, raccontarla, fornire degli strumenti per affrontarla, dare molte informazioni, secondo me invece alla fine paga. Succede così nel resto del mondo, e ci sono alcune esperienze anche nel nostro paese che lo possono dimostrare. Ho visto una ricerca, pochi giorni fa, del dipartimento per l'editoria della Presidenza del Consiglio, in cui si diceva che l'informazione di pubblica utilità su quotidiani e settimanali italiani occupa il 5% dello spazio. L'altro 95% di cosa parla, nell'informazione italiana, se solo il 5% è di pubblica utilità, cioè investe il pubblico vivere, il convivere dei cittadini? Un altro dato che mi ha sempre impressionato è che il 70% delle pagine dei periodici e dei quotidiani è occupato da interviste. Questo dice della pochezza delle informazioni della nostra stampa.

Viviamo in un paese dove la vocazione dì Gutemberg non è assolutamente vissuta, cioè quella della trasparenza della produzione di informazioni verso l'esterno, verso la società, verso il cittadino. Viviamo in un paese dove un ministro del lavoro fa un provvedimento di mille miliardi per creare nuove occupazioni e non prevede neanche 10 milioni per informare su come accedere a questi mille miliardi. Questo per fare solo un esempio sull'assoluta insensibilità verso l'informazione, anche come democrazia, come trasparenza, come utilità.

Popolare uguale frivolo?

Un'ultima domanda che ci è stata posta: perché non si riesce a fare un prodotto popolare senza essere frivoli e stereotipati? Bisogna vedere cosa si intende per popolare. Qui abbiamo un direttore che fa un prodotto popolarissimo, anche in termini di vendite, perché è un prodotto che vende 1.200.000 copie, se non sbaglio. Certamente Famiglia Cristiana non è frivolo e non credo neppure stereotipato, nel senso che è un prodotto che cambia anche nel tempo. Io non sono molto vecchio ma l'ho visto cambiare molto nel tempo, pure su delle coordinate, su delle radici molto solide.

A don Leonardo Zega chiederei allora di partire da quest'ultimo spunto, spiegando come si può fare un prodotto popolare con dei contenuti. Per esempio, ieri sera parlavamo proprio della famiglia come centralità del nostro prodotto, cioè un prodotto fatto per la famiglia: cosa vuol dire?

Leonardo Zega - direttore Famiglia Cristiana*

Ringrazio il moderatore. Se mi ha dato la parola per primo è certamente dovuto al fatto che i miei capelli sono bianchi e radi. Non ho altri meriti. Vorrei intanto dire che da questo momento in avanti spero che cessiamo dì lamentarci e proviamo a dare un apporto un tantino positivo. Perché questi discorsi, che pure sono importantissimi e fondamentali, non ci conducono a grandi conclusioni. Ed è anche un po' un vezzo nostro - anch'io mi metto nella categoria dei giornalisti - quello di piangerci addosso anziché riflettere sulle nostre possibilità.

La vita non è solo cronaca nera

Qui vedo tante persone e tanti ragazzi. Qualche volto mi è pure familiare: alcuni di voi hanno fatto degli stage presso Famiglia Cristiana, e li saluto con particolare calore. Mi pare che questo dimostri una cosa molto semplice e chiara: che c'è più interesse attorno alle problematiche di carattere sociale di quanto immaginino i mezzi di comunicazione e coloro che li gestiscono. Questa è una speranza, un seme che, secondo me, dovrebbe essere molto ben coltivato. Mi pare che al di sotto di questa etichetta del Redattore sociale ci sia una grande idea, e cioè che non si possa più parlare di problemi sociali così, all'impronta. Mentre per tutto si richiede una specializzazione o, almeno, una preparazione sufficiente, l'ultimo arrivato, in un giornale, finisce sul sociale. Il sociale diventa puramente cronaca e spesso la cronaca diventa cronaca nera. E si crede che la vita sia tutta là. La vita sarebbe fatta di cronaca nera. I giornali traboccano di cronaca nera perché è opinione diffusa che questa faccia vendere, mentre la bianca no. E questo è lo specchio della vita che riflettono i giornali così come oggi vengono confezionati. Il mio discorso vale per i direttori, per i giornalisti, per gli editori: sono tutti complici di questa congiura e di questo silenzio.
Queste affermazioni corrispondono ad una mia precisa esperienza. Per non tirarla troppo per le lunghe: la vita è molto più grande della cronaca. E bisognerebbe che di questo, almeno, fossimo convinti. La vita sfugge alle casellature e alle schematizzazioni. Noi tendiamo ad essere schematici. Noi parliamo degli "extracomunitari", degli "handicappati", senza magari averli mai visti o contattati.

La terribile "gente"

Ricordo lo choc di un nostro giornalista che, invitato a fare un pezzo sul Cottolengo di Torino, disse "mah, so poco...". "Sono contento che tu sai poco", risposi io, "adesso vai, stai quindici giorni a Torino nel Cottolengo, e poi scrivi l'articolo". E' andato; è stato quindici giorni al Cottolengo, ne è uscito commosso quasi alle lacrime. Gli dissi: "Adesso ti fermi per altri quindici giorni. Fai un piccolo distacco dalle emozioni che hai vissuto e poi scriverai i tuoi articoli sul Cottolengo di Torino". Devo dire che vennero fuori tre servizi veramente esemplari. Bisogna avere la pazienza di stare addosso alla vita e di cercare di vederla e conoscerla dall'interno, se si vuol parlarne con qualche competenza. La vita odia le schematizzazioni, le incasellature, odia le generalizzazioni. Noi parliamo per generi.
La "gente": ecco una parola terribile che non si fa altro che ripetere di questi tempi. Chi è la gente? lo voglio parlare con Tizio, Caio e Sempronio, che hanno un volto, una storia e via discorrendo. La vita esige ascolto. Prima di parlare bisogna avere la pazienza di ascoltare. Ascolto, attenzione, discernimento; esige anche cura. Nel senso di "I care": io mi preoccupo. Mi riguarda, come dice il titolo di un libriccino splendido e bellissimo, pubblicato quest'estate e forse passato inosservato. E' bellissimo ma non l'ho visto nelle classifiche dei best seller. E lo meritava. Bisogna imparare a trovare, e mi riferisco ad un altro libro molto bello di qualche anno fa, "Le parole per dirlo". Bisogna acquisire anche il vocabolario giusto. Altrimenti si sfarfalla e basta.

Sentirsi a disagio con le verità prefabbricate?

Dentro questo quadro di riferimento un po' concettuale, qual è il ruolo del giornalista? Innanzitutto è quello di sentirsi a disagio con le verità prefabbricate. Se non c'è quest'attitudine è meglio forse non affrontare per niente la carriera. Sentirsi a disagio con le verità prefabbricate, quali che siano i referenti. Voi sarete scandalizzati dal sentirmi dire cose di questo tipo, io che per definizione dovrei essere dogmatico e quindi limitarmi a fare il notista di fogli d'ordine. Non è vero, non è vero. Il cristiano vero è un uomo libero: non è comandato. E' un uomo libero: ama la verità, la giustizia e la libertà. Poi viene tutto il resto. Mi sento profondamente vicino a chi fatica e lavora per cercarla, la verità. Non a chi presume o pretende di fornirla come se fosse un piatto già confezionato. Il giornalista deve sentirsi a disagio con le verità prefabbricate, quali che siano i suoi referenti. La libertà del giornalista è il fondamento della libertà di stampa. Le altre cose - tengo famiglia, bisogna campare - sono importanti ma secondarie. Ricordo che quando sono stato in Francia, alcuni mesi, bazzicavo un poco nel "Figaro" ed ho incontrato il responsabile dell'informazione religiosa del "Figaro", un sacerdote che aveva preso i voti in età avanzata, a 26 o 27 anni, aveva una buona base culturale e faceva l'informatore religioso. Mi disse: "C'è soltanto una strada per fare il giornalista seriamente: rinunciare alla carriera. È difficile servire il padrone e la verità al tempo stesso".

Tecnologie per lavorare meglio, non più velocemente

E' difficile, però non è impossibile - io non sto predicando la rivolta contro i padroni. Ma dico che un giornalista deve pensare prima ai lettori e dopo all'editore, al direttore o a quant'altro. Prima i lettori. I veri padroni del giornalista sono i lettori. E allora non bisogna immaginare di avere la palla di vetro per leggere con chiarezza. Bisogna ricercare, informarsi, documentarsi. Questa è un'altra cultura che il giornalismo italiano non pratica con forza. Noi abbiamo fatto uno sforzo enorme per creare un centro di documentazione, che è stato computerizzato. Tutti i nostri redattori hanno accesso al centro di documentazione via computer. Se ci sono i mezzi, non vedo perché non li si debba usare per fare un prodotto migliore invece che, semplicemente, per velocizzare il lavoro. Sembra quasi che le nuove tecnologie debbano limitarsi alla velocizzazione e alla semplificazione del lavoro. No, devono servire all'approfondimento. Sennò che cosa ci sta a fare un centro di documentazione? Per far sì che anche i nostri stessi redattori accedessero al centro di documentazione ci è voluto un grande sforzo, una grande fatica e non dico di esserci ancora pienamente riuscito. Quando stavamo mettendo in piedi questo centro di documentazione siamo andati in giro, in Francia e in Germania, per vedere come erano strutturati all'estero i centri di documentazione e capire se ne valesse o meno la pena. E ricordo che soprattutto in Germania mi dissero: "Noi i praticanti, per 6 mesi, li facciamo stare tutti al centro di documentazione".

"Come rulli compressori…"

Imparare ad usare correttamente le fonti, a documentarsi, a parlare soltanto dopo essersi documentati. Un giornalista che non abbia la cultura della ricerca, della documentazione, del controllo dei dati non è un giornalista degno di essere chiamato con questo nome e, secondo me, non ha un grande futuro. Se noi ci ponessimo come obiettivo anche solo questo ideale, moltissimi degli inconvenienti che lamentiamo, moltissime delle sciocchezze che diciamo e scriviamo si potrebbero evitare.
Noi sappiamo per esperienza che ogni volta che torniamo su un fatto clamoroso, sventagliato dalla tv e dai quotidiani, ci accorgiamo di quanta poca verità ci sia in quello che noi scriviamo rispetto alla realtà dei fatti e del loro contesto sociale. Quasi mai si tiene conto del contesto sociale che invece è fondamentale. lo vorrei segnalare un libro che si chiama Mass media e solidarietà il cui curatore si chiama Gerolamo Fazzini. E' un libro che sta per uscire per le edizioni Piemme, pieno di spunti interessanti e degno di essere meditato attentamente. Leggo solo la frase di apertura, tratta da un articolo di Giampaolo Pansa, citato a sua volta da Vittorio Roidi in Coltelli di carta: "I lettori si fidano poco di noi perché non facciamo le bucce ai potenti come dovremmo, mentre passiamo da rulli compressori sulla vita della gente qualunque". E avanti di questo passo, ce n'è per tutti. La cultura della ricerca e della documentazione e poi, ripeto, la libertà interiore. Servi di nessuno, salvo che della libertà, della giustizia e delle esigenze vere della gente vera.

Claudio Fracassi - direttore Avvenimenti*

C'è spazio per l'editoria sociale? La mia risposta è sì. Uno può riuscirci bene o male, ma io credo che lo spazio per l'editoria sociale ci sia e debba esserci. Per il fatto che esiste un enorme terreno di vita quotidiana e di esperienze - che non significa minimalismo ma sono le cose di cui parliamo tutti i giorni - che, con un'espressione che mi è piaciuta, sembrano entrate nella clandestinità, mentre in realtà sono quelle con cui ci misuriamo sempre.

La schizofrenia dell'informazione internazionale

Non vorrei soffermarmi troppo a lungo sull'esperienza di Avvenimenti. Credo che la maggior parte di quelli che sono qui la conosce. La nostra idea è stata quella di raccontare la dimensione mondiale delle cose, un punto di vista che spesso viene ignorato. Poi succede che ammazzano Rabin e i nostri giornali - mi ha fatto una certa impressione riconoscere che l'unico a notarlo sia stato il Giornale di Feltri, col quale sono spesso in dissenso - producono un'alluvione di pagine e di servizi televisivi. Ognuno deve guardarsi dentro: quanti ne avete letti veramente di questi articoli?
La morte di Rabin è stato un avvenimento epocale. Se si va a scavare, dietro di essa troviamo la contraddizione di fondo del nostro pianeta, quella fra Nord e Sud, che poi diventa la contraddizione fra un paese più sviluppato e i paesi arabi. E' un avvenimento storico. Ma quello che colpisce è che sia la morte di uomo a fare irrompere improvvisamente la questione. Discorso analogo per la Somalia. C'è stato un momento, esattamente prima che si lanciasse quella infausta operazione propagandistica che fu chiamata Restore hope, in cui la Somalia è diventata il centro del mondo. Le televisioni furono inondate con le immagini di bambini con le pance gonfie e le mosche sugli occhi. Come se un mese prima le pance gonfie e le mosche non ci fossero state e come se un mese dopo fossero destinate a scomparire. Cosa che puntualmente è avvenuta. Chi pensa più, adesso, alla Somalia? Per non parlare della Cecenia, dove è in corso una guerra sanguinosa. E il Ruanda, il Sudan. Esistono, non esistono, ci sono, non ci sono. lo credo che questo elemento di schizofrenia dell'informazione internazionale sia una delle più profonde malattie dei mezzi di comunicazione e che debba essere studiata e approfondita. Perché non si parla solo di illustrare i paesi esteri, ma di studiare anche le cose che ci ritroviamo in casa.

Un fascicolo sul sociale

Ero partito da Avvenimenti: noi abbiamo cercato di fare informazione continua su questi paesi che non ci sono. Non per fare dell'esotismo ma perché abbiamo pensato che si tratta di cose molto vicine e che valga la  pena di seguirle. E anche perché abbiamo raccontato cose che in Italia si vedono poco ma che, tutto sommato, sono notizie. Quanto ci siamo riusciti non spetta a me giudicarlo. Noi su questo siamo comunque intenzionati a proseguire, proprio nello specifico dell'editoria sociale. Nel nostro giornale esiste un gruppo di pagine che abbiamo chiamato "pagine dell'Altritalia" e che finora erano prevalentemente pagine di informazioni dai club dei nostri lettori e poi delle attività più varie delle tante e sotterranee associazioni, organizzazioni sociali e di volontariato che esistono. Vogliamo organizzarle nel modo più sistematico fino ad arrivare ad allegare ad Avvenimenti un fascicolo di informazione su tutte le iniziative sociali e di volontariato. Saranno 16 pagine che viaggeranno con Avvenimenti; avranno una propria vitalità e saranno redatte da un gruppo di persone provenienti da questo mondo, che avranno l'obiettivo di rappresentarne le iniziative, la presenza. Questa è la nostra scelta. Ma tutte le scelte si devono misurare poi col mercato. C'è qui una grande opera da fare per sviluppare il mercato. Una parte riguarda il finanziamento dell'editoria. Poi Guastamacchia ci spiegherà come i meccanismi di mercato nel giornalismo funzionino molto poco. Nel senso che, per esempio, la distribuzione delle risorse pubblicitarie avviene in modo del tutto non corrispondente all'influenza, alla possibilità di contatto. Qui c'è un elemento di distorsione che va corretto, altrimenti il discorso si fissa su quello che si dovrebbe fare, ma non diventa giornalismo, non diventa informazione, rapporto con le persone.

Il pluralismo che non c'è

Il punto dolente dell'informazione si individua secondo me nell'assenza in Italia di un'informazione pluralista. Mi spiego: non dico che non ci sia libertà di stampa o informazione, anche se nel comparto radiotelevisivo sappiamo che esistono monopoli potenti che contrastano con la nozione di libertà di informazione. Tuttavia l'Italia è un paese in cui ciascuno scrive quello che vuole, grazie a Dio, in cui ci sono molti giornali, su cui voi potete leggere pareri diversi su ciò che accade, pareri contrapposti, aspri, a volte anche ai limiti della diffamazione reciproca.
Parlo però di un altro pluralismo. Quando la sera vedete in coda ai telegiornali le rassegne stampa, provate a fare un rapido raffronto. La cosa che impressiona è che uno dice che Scalfaro è un assassino ladro, e l'altro la madonna di Fatima... Però la gerarchia delle notizie è fissa: tutti hanno la stessa apertura. La cosa più importante successa ieri è questa; la seconda è quella. E le notizie di prima pagina sono quelle, a volte gli stessi titoli sono uguali. Questo è il pluralismo che io non trovo: quello del rapporto con il mondo e, quindi, quello delle fonti.

in Italia esistono pochi giornali che io giudico alternativi, e badate che sotto la nozione di giornale alternativo io non metto nessuna sottolineatura positiva, voglio dire alternativi perché raccontano cose che non passano attraverso il flusso delle veline informative. Uno è Famiglia Cristiana, per esempio, un altro è Novella 2000, che pure è sempre meno alternativo perché oramai anche quel filone è diventato velina. Anche il fatto che Ornella Muti stava nuda sulla costa è diventato parte dei campionario di tutti i giornali. Un altro è la Settimana Enigmistica.

Lo specchio della realtà?

Il punto decisivo, quello del rapporto con le fonti, diventa l'elemento discriminante fra un'informazione veramente al servizio dei cittadini ed una che si chiude su se stessa, in un circuito che gira in una dimensione diversa rispetto al circuito della realtà. Badate che questo è in parte inevitabile, perché un'altra delle caratteristiche del mondo moderno alla quale dobbiamo sempre più abituarci, e poco ne siamo coscienti, è che l'immagine del mondo dell'informazione e la realtà sono due cose distinte. Guai se noi chiedessimo all'informazione di essere lo specchio della realtà. Perché dobbiamo essere coscienti che in una società complessa, rapida, sviluppata come questa, l'informazione è naturalmente cosa diversa, cosa parziale, frutto di una selezione bestiale delle notizie; l'informazione è scelta di un frullato, di un passato, di una selezione, di un taglio di notizie che si riferiscono a fatti. Per cui voi avete infine cento, duecento informazioni, mentre nel mondo sono successe cento, duecentomila eventi.
L'informazione non può non avere questa caratteristica di parzialità, ma almeno questa parzialità fosse davvero parziale, non nel senso politico, ma in quello dell'illuminazione di aspetti diversi, che non sia inspirata tutta alle stesse fonti. Avevo accennato all'immigrazione, perché credo che lì abbiamo avuto uno degli scandali informativi più riprovevoli di questo Paese. Quando si doveva preparare lo stupido intervento in Somalia - lo ha raccontato Luttwak, che pure non è un uomo critico verso l'amministrazione americana - che cosa è accaduto? Bush era alla fine del mandato e voleva andare via con un intervento umanitario. Hanno messo una cartina e si sono domandati: quale continente? L'Asia? No, è troppo vicina all'Urss. Allora l'Africa. L'opzione Sudan è stata la prima ad essere presa in considerazione. Perché lì c'è una minoranza cristiana oppressa. Ma poi ci si è detti: e se si sveglia il fondamentalismo islamico? Alla fine fu scelta la Somalia, perché c'erano i signori della guerra. E le televisioni di tutto il mondo, perché sappiamo come i problemi c'erano, sono state invase dalle immagini di quei bambini di cui dicevo prima.

I piloti e il "meccanismo"

lo non credo che oggi, con la questione dell'immigrazione, sia successo qualcosa, che ci sia una mente, anche se nel momento in cui un problema comincia a diventare un problema che deve essere risolto a livello politico, badate che la scelta non è quella di cominciare a fare prediche o discorsi. Ormai l'opinione pubblica si smuove e si influenza attraverso l'informazione. E' attraverso l'informazione che passano le emozioni. Ma nessuno scriverà mai "i marocchini ci fanno schifo", perché è molto più impressionante fare leggere "Marocchino stupra ragazza", oppure, "gli extracomunitari infettano". Perché poi ci sono le categorie generali: gli albanesi, gli extracomunitari... Ricordate quella ragazza milanese: non era stata violentata da due uomini ma da due romeni. Se fossero stati di Crema non avrebbero detto da due cremaschi, ovviamente. Però quelli erano romeni. E noi su questo episodio grave, drammatico, coinvolgente, abbiamo avuto un'informazione stereotipata. Stessi titoli su tutti i giornali, stesse notizie. Poi sapete com'è questo meccanismo perverso: quando un romeno comincia a violentare qualcuno, se ne scoprono altri da tutte le parti. Improvvisamente d'estate se la prendono con i bambini, oppure ammazzano le donne. Non è che le ammazzino particolarmente in quel periodo. E' che in quel periodo se ne comincia a parlare e allora il meccanismo infernale dell'informazione è tale per cui anche le piccole cose diventano improvvisamente una grande notizia. Dico questo perché spesso ci immaginiamo che ci sia qualcuno che le pilota. In realtà sono i meccanismi stessi dell'informazione ad essere infernali. Per questo bisogna dominarli, bisogna razionalizzarli e, soprattutto, conoscerli.

L'alfabetizzazione all'informazione

Una delle questioni decisive per avere un rapporto con l'informazione che non sia di passività è proprio quella di cominciare a conoscerla nei suoi meccanismi: l'alfabetizzazione all'informazione. E' una cosa, badate, che non riguarda i giornalisti. Riguarda i lettori, quelli che consumano l'informazione. Perché conoscerne i meccanismi è fondamentale: magari ce li spiegassero a scuola, come fanno col latino, la chimica, la letteratura italiana! L'informazione è fatta di linguaggi, di formule, di modi. E un lettore che ne possegga la chiave è un lettore che riesce a leggere il mondo molto meglio. Credo che se non ci sarà, su questo terreno decisivo per la libertà che è l'informazione, un risveglio, un moto, un'organizzazione attraverso l'alfabetizzazione dei lettori, credo che l'informazione non sia destinata a cambiare. E invece è necessario che cambi.

Luigi Guastamacchia - presidente SPE*

Cinquantaseiesimi, ma...

Mi sono messo nella logica di fare un po' da controcanto rispetto a quello che hanno detto i relatori che mi hanno preceduto e di rappresentare le contraddizioni del mercato di cui stiamo parlando. Sono grato a Fracassi per avere pronunciato per primo la parola mercato e quindi per aver evitato a me di fare questo passo. lo non sono così convinto che ci sia un grandissimo spazio nell'editoria per i temi sociali, perché temo che le logiche di mercato rendano estremamente difficile il dischiudersi di questo spazio. E' vero che l'Italia occupa il cinquantaseiesimo posto nel mondo per vendita dei giornali. Ma proviamo a guardare i giornali di quei Paesi che hanno numeri alti, proviamo a guardare la Bild Zeitung, il Mail, il Mirror, Usa Today. I giornali giapponesi, quelli che fanno milioni e milioni di copie sono molto più brutti e volgari dei nostri. Alta vendita e alto consumo dei giornali non si traducono automaticamente in un'alta qualità del prodotto.
Il nostro cinquantaseiesimo posto non è dovuto alla qualità dei nostri giornali, ma ad una serie complessa di fattori. lo lavoro da più di 30 anni nei giornali. Ho fatto tutto meno che scrivere e sono ufficialmente analfabeta. So solo fare i conti. Ho fatto tutti gli altri mestieri dei giornali e devo dire che i problemi che affliggono l'editoria di tipo sociale sono gli stessi che interessano, più in generale, l'editoria di qualità. I prodotti di qualità non hanno mai avuto successo di mercato, il mercato è sempre stato dominato dai numeri. E i numeri sono sempre stati determinati da un livello informativo che non è mai stato di grande qualità.
Sono stato responsabile della diffusione di un grande quotidiano, La Stampa, alla fine degli anni '60. Dico la data non solo per ribadire che lavoro nei giornali da tanto, ma per sottolineare il periodo a cui mi riferisco. Sono gli anni intorno al '68, anni dominati da una forte tensione sociale. Nei cinque anni trascorsi come responsabile di diffusione de La Stampa, le due vendite maggiori sono state realizzate in occasione di delitti a sfondo sessuale su ragazze minorenni. ll giorno in cui i carri armati russi entrarono a Praga si realizzò la vendita più bassa di tutto il mese. Queste sono le mie esperienze di venditore di giornali, di giornalaio, come si dice.

L'elenco dei gadget di questa settimana

E' chiaro che i direttori dicono: bisogna ribellarsi a questa realtà. Però è altrettanto vero che dalla parte di chi amministra il giornale si fanno forti pressioni sulla necessità di tenere d'occhio i numeri. E questa necessità porta inevitabilmente a concentrare la propria attenzione su queste notizie. Non solo, va anche tenuto presente che il successo di numeri è tanto più forte quanto più queste notizie sono trattate in modo duro. Non mi riferisco solo ai quotidiani, ma anche alle copertine dei newsmagazine, alle foto con cui vendono i grandi settimanali di informazione e che fanno normalmente arrabbiare tanto le signore. I giornali vendono in funzione delle copertine. E le copertine che vendono non sono mai copertine di notizie. Non solo, vi leggerei l'elenco di tutti i gadget che potete trovare questa settimana in edicola: una tessera per ritirare gratis dei gioielli, un profumo Creen simpathy, un Erbolario di Lodi, un tubetto di crema Glysolid, una videocassetta, uno speciale "La casa", un allegato "La casa in fiore", un campioncino di profumo Albaro, un campionario di profumo Gold, un Nivea balsamo per uomo, una matassina di filo d'oro, un mazzo di carte, uno speciale. "Volare sport", un campioncino di profumo Musk, un profumo Bau fraiche rose's, un rossetto a tre colori, un allegato sull'antiquariato, un libro sulla potatura, un romanzo d'amore, un guanto esfoliante (poi mi spiegherete che cos'è, perché non lo so). Questo è tutto ciò che troverete in edicola se scendete in questo momento. Non vorrei fare il terrorista. Ma questa è la realtà del mercato di oggi. Allora, la domanda che ci dobbiamo porre è: la gente - la parola è orrenda ma inevitabile - riflette questo tipo di vendita? io credo di no. Perché sennò non ci spiegheremmo come mai ci sono milioni di persone impegnate nel volontariato, impegnate nel sindacato, milioni di persone che hanno sacrificato la vita alla politica, anche se adesso non è più di moda. Allora perché tutte queste persone, che hanno un impegno così forte nella loro vita, quando poi diventano lettori, quando si avvicinano all'edicola, quando comprano questo prodotto - perché il giornale quando lo fanno i direttori è una cosa intellettuale, ma quando lo andiamo a comprare diventa un prodotto - perché queste persone improvvisamente hanno un processo da dr. Jeckill e Mr. Hyde e comprano queste cose orribili? Questa è una domanda alla quale io non riesco assolutamente a dare risposta. Se l'avessi avrei immediatamente fondato una casa editrice e sarei diventato ricco. Ma non ce l'ho...
Ogni tentativo di fare in Italia una stampa sindacale - e ci si è provato per anni - è fallito. In Italia non c'è mai stata una stampa sindacale che vendesse un numero di copie adeguato. In un Paese in cui il sindacato ha avuto uno sviluppo straordinario negli anni '70 e '80, la gente partecipava ma non ha mai comprato la stampa sindacale. Vi faccio un altro esempio: non c'è mai stato collegamento fra la militanza politica e la vendita di giornali. Quando mi occupavo a Bologna del Resto del Carlino, erano gli anni '70, il Pci aveva nella provincia di Bologna 108mila iscritti, l'Unità vendeva 9mila copie, il Carlino 74mila, ed era un giornale di estrema destra. Perché questo succede? lo non so dare delle grandi risposte, evidentemente. Devo però far presente che la realtà che determina i consumi editoriali è una realtà che rende estremamente difficile il dispiegarsi di un'attività editoriale nel campo dell'editoria impegnata e della socialità. E.non è un problema soltanto italiano, perché questo tipo di discorso si sviluppa anche in Europa, almeno nei Paesi che editorialmente conosco.

Pubblicità e logica dei consumi

L'altro problema che volevo affrontare è quello della pubblicità. Fracassi ha detto molto giustamente: "C'è un problema del mercato della pubblicità". La domanda è: conta molto la pubblicità nei giornali? Sì, conta drammaticamente tanto. Il 99,9 % dei giornali non sopravvive senza un apporto pubblicitario. Anche i giornali che tradizionalmente rifiutavano la pubblicità si pongono ora il problema. Sulla prima pagina di Cuore di questa settimana c'è scritto: "Apriamo un dibattito, vi dobbiamo aumentare il prezzo di copertina o mettere la pubblicità?". Anche la Settimana Enigmistica, parlo di un altro mito, ha la pubblicità da qualche mese, perché senza pubblicità non si va avanti. Che cos'è la pubblicità? La pubblicità per chi la fa è un investimento, è un costo di produzione. Quando io costruisco una macchina ci metto dentro del ferro, della plastica, del lavoro e della pubblicità. Non è altro che un costo di produzione oggi. E questo costo viene orientato sui giornali che favoriscono la vendita. Questo è un problema su cui, secondo me, si dovrebbe riflettere molto. La pubblicità vuole determinare dei consumi, per farlo vuole essere presente in prodotti editoriali che non siano contraddittori alla logica dei consumi. Se io leggo un giornale che mi pone delle problematiche che mi mettono in contraddizione con la mia vita, difficilmente poi mi precipito a fare degli acquisti o a consumare. Perché hanno tanto successo, pubblicitariamente parlando, le telenovelas o le soap opera? Perché creano un collegamento estremamente logico fra quello che io vedo ed i consumi che mi preparo a fare. E' difficile che dopo aver letto un articolo su quello che succede in Bosnia io esca e vada a comprarmi una cravatta. Ci sono alcune difficoltà logiche. E' molto più facile che una signora veda Beautiful e poi vada a comprarsi un abito di Chanel.

Giornali contenitore

Questa è la ragione per cui noi ci stiamo avviando verso un'editoria di prodotti contenitore. Una volta, fino a non più di vent'anni fa, i giornali nascevano perché c'era una volontà di comunicare qualcosa, per cui chi li faceva si sentiva coinvolto. Anche la Settimana Enigmistica nasce perché c'è un signore che, essendo infatuato di enigmistica, vuole colloquiare con altri che condividono la sua passione. Oggi nascono dei prodotti contenitore, in cui l'editore, il direttore sono assolutamente indifferenti a quello che fanno. Fanno uno studio di mercato. Scoprono che esiste una richiesta potenziale e fanno un prodotto per rispondere a questa richiesta. In totale indifferenza personale rispetto a quello che fanno. Vi cito l'esempio più banale: i settimanali o i mensili di fitness. Si è scoperto, agli inizi degli anni '80, che tutti avevano la mania della dieta, della bellezza, del non invecchiare. Siamo stati invasi da prodotti (Starbene, Viver sani e belli, Salve, ecc.) nati a tavolino da una ricerca di mercato che ha stabilito che esisteva una domanda, esistevano dei prodotti da consumare e quindi si poteva fare un giornale, così come si potevano fare un paio di scarpe. Cioè, si decide che esiste una domanda. A questa domanda si risponde nella totale indifferenza se questa domanda abbia o meno relazione con il lavoro, con le nostre aspirazioni o con noi stessi. Un altro esempio banalissimo: la stampa soft del sesso. Una trentina di anni fa sono usciti Playboy, Playmen, Penthouse. Dopo 5 o 6 anni sono morti. Il mercato è evoluto verso una stampa molto più hard e questi prodotti sono morti così come sono nati: per una semplicissima, banale operazione di mercato, come avrebbe potuto essere per un tipo di camicia o per un tipo di maglietta. Sono nati e sono morti perché il mercato non li richiedeva più e quindi la pubblicità non c'era. Per questo io sono molto perplesso sulla possibilità che il mercato pubblicitario premi la qualità e premi i numeri della stampa di qualità. Perché il mercato pubblicitario tende ad andare verso prodotti non problematici. Fate una piccola considerazione: avete mai visto uno spot pubblicitario o un messaggio pubblicitario che coinvolga dei problemi veri, che coinvolga la rappresentazione di un problema di natura sociale? Mai. Voi vedete degli splendidi spot girati da grandi registi in cui la bambina torna a casa, i genitori l'aspettano, la bambina trova un gattino, lo prende, lo porta a casa e tutti mangiano la pasta Barilla felici e contenti. Quando il ragazzino giunge a casa con un amico di colore, questo amico di colore è alto due metri, è bellissimo e fa il giocatore di basket e ti porta una bottiglia di whisky. Non è certamente uno che abbia dei problemi. La pubblicità si orienta rigidamente verso cose non problematiche.

Interventi

Maria Teresa Rosito (Fivol)*

Sono stata chiamata stamane dall'amico Riccardo Bonacina. Allora, intanto mi fa molto piacere ringraziare dell'occasione. lo sono vent'anni circa che lavoro in questo settore, prima come operatore sociale, poi nella comunicazione, e devo essere sincera, da una parte mi sento anche soddisfatta perché momenti come questo fino a dieci anni fa erano impensabili. Chi faceva redazione sociale era qualcuno che poi rimaneva nell'oscurità, si nascondeva e quasi si vergognava di dire che faceva redazione sociale, perché era una tematica che, all'interno delle redazioni, era considerata di classe D. Volevo poi riflettere un momento su quello che è il mio lavoro attuale. lo mi occupo delle relazioni esterne della Fondazione italiana per il volontariato che, diciamo, è una fondazione un po' particolare perché praticamente offre servizi gratuiti al volontariato. L'ufficio stampa della fondazione sono io e la parte più bella del mio lavoro è quella del contatto con i giornalisti. Il giornalista deve fare, per esempio, un'inchiesta sul volontariato, mi telefona, per prima cosa mi chiede i dati, io lo lascio parlare, dopodiché non gli do i dati, gli comincio a raccontare le cose perché altrimenti finiamo per dare il solito 50% delle organizzazioni al nord, il 20% al sud. Il giornalista accetta questa comunicazione perché chiaramente ha voglia di capire, dopodiché scrive il pezzo. Dopo che ha scritto il pezzo mi telefona e mi dice: "Guarda, ho scritto il pezzo, ho scritto queste cose, cosa te ne sembra?". Benissimo. Arriva il momento che il pezzo viene poi presentato al direttore, il pezzo viene ogni volta cassato.
Allora io dico alle persone che hanno parlato e hanno detto delle cose estremamente belle, nelle quali io mi sono ritrovata tantissimo, che spero di avere la possibilità in questi due giorni che restano di discutere con gli altri. Il redattore sociale esiste, ed è gente che fa il lavoro con grandissima qualità e professionalità, il problema grosso è la redazione, il capo-redattore, il direttore, perché quando un giornalista mi telefona e mi scrive un bellissimo pezzo, dopodiché mi richiama e mi dice: "Non me l'hanno fatto pubblicare, fammi la carità, dammi delle notizie sui dati, sui casi, sui drammi", a me cascano le braccia.
lo ho passato un'ora e mezza tempo fa a parlare col giornalista del "Corriere della Sera" che ha scritto il pezzo sul fatto che ieri mons. Giovanni Nervo citava. La poveretta ha passato un'ora e mezza a sentire me ed era interessata, incuriosita dalle cose, dopodiché il pezzo è uscito sotto tutt'altro aspetto, perché l'editore, o il direttore, o il capo redattore non glielo hanno accettato. Quindi a questo punto si apre una seconda riflessione. I giornali locali, secondo me, stanno aumentando la qualità e sono il futuro, se vogliamo, effettivamente dell'informazione. Questi incontri vanno benissimo, vanno bene a me che sono interessata a scambiare le idee, però poi nel momento del lavoro, nella quotidianità, come mettiamo a frutto questa esperienza? lo sono fortunata perché lavoro in una condizione ideale: passo informazioni, le passo come credo che debbano essere passate, il problema poi è di chi scrive. In secondo luogo, la Fondazione del volontariato ha creato una banca dati e ha censito 9.300 strutture di volontariato: tramite un numero verde da informazioni sulle associazioni a chi voglia fare volontariato. Quindi se una persona telefona da Agrigento, per esempio, è laica, è una donna e vuole lavorare principalmente con un'associazione femminile laica che si occupa di bambini handicappati, noi le diamo l'indirizzo. Però c'è da dire che c'è una grossa crescita della comunicazione per quanto riguarda il settore degli audiovisivi, per esempio, che vengono autoprodotti dalle associazioni nel meridione e anche questo fa riflettere: ci siamo accorti che il volontariato meridionale, essendo un volontariato più giovane, più fresco, più innovativo, utilizza strumenti innovativi.

Simona Decina (Italia Uno)*

Lo volevo fare una domanda al dottor Guastamacchia che riguarda il discorso della pubblicità. Ora, inevitabilmente, i giornali e la televisione vivono non solo di quello che è il gettito delle vendite, ma soprattutto della pubblicità. Allora abbiamo detto che la pubblicità fa interpretare se stessa da persone che sono belle, stanno bene e che soprattutto non hanno problemi. La mia domanda è questa: giornali che si occupano di questioni sociali, come possono, non dico sopravvivere, ma vivere, quando c'è un tipo di pubblicità orientata inesorabilmente e quasi inevitabilmente in questo senso? La pubblicità a giornali di questo tipo è poca, è ridotta; come si può fare per ovviare il problema? Una seconda domanda: è proprio vero che la pubblicità non va in direzione di questi giornali?

Giuse Colmo (ufficio stampa Auser)*

L'Auser, per chi non la conoscesse, è un'associazione che in tutta Italia si occupa di anziani che fanno volontariato. Vorrei riprendere il discorso fatto da Claudio Fracassi, che nel suo intervento ha accennato ad un esperimento in atto nel suo giornale che sono le pagine di "A tutta voce" e vorrei darvi qualche notizia in più.
È un esperimento di pagine autogestite da un gruppo di associazioni di volontariato di cittadinanza attiva che per la prima volta fanno una riunione di redazione settimanale e decidono insieme cosa pubblicare, autonomamente. Per noi che nelle associazioni ci occupiamo di comunicazione, d'informazione, è importante perché impariamo a lavorare insieme e i lettori hanno la possibilità di leggere su queste due pagine notizie che vengono direttamente da noi, che siamo le fonti delle notizie dell'informazione. Un altro discorso su "Vita". Questo settimanale ha compiuto un anno e noi siamo molto contenti perché il suo successo è dovuto anche a noi associazioni che facciamo parte del comitato editoriale. "Vita" è un settimanale che entra nelle cose, è anche un ottimo strumento di lavoro sia per noi, nelle associazioni, ma anche per voi, per i giornalisti in generale, perché approfondisce, perché entra dentro le cose; io vi inviterei a riflettere su questi due piccoli esperimenti che vanno un po' al di fuori di quelle che sono le rubriche, che comunque ci sono su tutti i settimanali, soprattutto quelli femminili.
I
nfine condivido l'intervento di Maria Teresa Rosito, la capisco: il rapporto tra uffici stampa e giornalisti è molto difficile, spinoso e faticoso, a volte. Personalmente, io che mi occupo di un'associazione di volontariato di anziani, d'estate vengo letteralmente bombardata di telefonate di giornalisti che scoprono che ci sono gli anziani, che scoprono che d'estate (guarda un po') le città si svuotano e gli anziani rimangono soli. Ricordiamoci che gli anziani ci sono tutto l'anno e che si trovano in condizioni di disagio e di difficoltà anche nelle stagioni intermedie.

Fulvio Mazza (ufficio stampa di una piccola azienda della Calabria)*

Sono collaboratore di alcuni giornali, "Il Crotonese" che è della mia città, "La gazzetta del sud", "Prima comunicazione", che invece è una cosa un po' diversa. Non sono un giornalista a tempo pieno, sono un collaboratore e volevo intervenire riguardo alla pubblicità, sul fatto di come la  pubblicità istituzionale sia un condizionamento reale della libertà dei giornalisti. A Gioia Tauro c'è la centrale Enel e l'Enel compra fisicamente pagine di giornali, compra giornali e giornalisti per far scrivere in un modo anziché in un altro. Le testate un po' più grosse riescono a barcamenarsi, le testate più piccole soccombono. Ci sono alcuni giornali per i quali per la Calabria il discorso Gioia Tauro è molto importante, ci sono diverse testate che non hanno mai scritto una riga su Gioia Tauro e che, guarda caso, sono piene di pubblicità dell'Enel.
Questo vale anche per la Telecom, per l'Italgas. Questo era l'argomento per cui mi ero iscritto però, andando velocemente, volevo dire anche un altro paio di cose. I giornali solidali, soprattutto "Vita" ma un po' tutti quanti, oltre che dei problemi, secondo me, dovrebbero occuparsi anche un po' di più dell'aspetto propositivo. In particolare, nel discorso sulle adozioni internazionali, si attaccano giustamente gli intermediari, gli avvocati, perché fanno gli affari sulle adozioni internazionali, però semplicisticamente si dice: "Rivolgetevi agli enti autorizzati". Ecco, sarebbe il caso che si andasse a fare qualche indagine sugli enti autorizzati, per vedere i calvari che fanno fare alle famiglie, iter defatiganti, selettivi, polizieschi.
Si diceva inoltre che i giornali che si occupano di cronaca, di scandalismo, possono anche permettersi di non essere belli, i giornali che invece si occupano di cose più complicate, se si vogliono rivolgere ad un più largo pubblico, debbono fare uno sforzo di essere più alla portata di tutti, di essere più belli. Adesso, qui, sfogliavo il giornale di Modena, "Modena solidale": ho visto un giornale bello che dice cose interessanti. Non me ne vogliano i padroni di casa, ma il giornale di Capodarco, un mensile con cose molto interessanti, al di là di noi, per come è impostato, pochi possono andare a vederlo. Ultimo punto. Desidererei un intervento di questa assemblea contro la spettacolarizzazione delle notizie sui minori. Sappiamo tutti che è vietato dare informazioni, dare notizie attraverso le quali i minori siano identificabili. Sappiamo anche che purtroppo i nostri colleghi fanno di tutto per aggirare, per eludere questa disposizione e alla fine riescono a far identificare tranquillamente il minore, magari parlando del padre, della madre, di dove abitano, di quale professione fanno, in quale classe stavano, infrangendo la legge, infrangendo la carta dei doveri, dei giornalisti. Credo che un nostro appello, una nostra denuncia, vediamo come e dove, potrebbe essere utile.

Leonardo Zega - direttore Famiglia Cristiana* (replica)

Vorrei aggiungere una piccola cosa. Ho fatto per 25 anni l'editore e il direttore, quindi i discorsi sul mercato e sul profitto ho dovuto farli anch'io e non li trovo assolutamente scandalosi, anche se a volte suonano tali nel nostro ambiente; il mercato e il profitto sono anche la misura della validità di uno strumento. Uno strumento che non riesce a vendere è generalmente una cosa malfatta, brutta. I giornali devono essere anche belli, piacevoli, gradevoli. Non possiamo costringere la gente a comprare un giornale che sa di ispirazione cristiana solo perché è di ispirazione cristiana. Deve essere un giornale fatto bene. Io non capisco perché, parlando di cose nobili come quelle che ora proponiamo, le si debbano presentare in forma più squallida e brutta delle altre. Trattiamo cose nobili, facciamole bene. Ci vuole una professionalità alta ed è più difficile, però bisogna impegnarsi in questo senso.
Fra le cose che non si dicono e che invece evangelicamente si dovrebbero gridare dai tetti, ne cito solo una perché a mio avviso è abbastanza clamorosa: si tratta di un dato che è circolato fra gli addetti ai lavori e che noi abbiamo anche pubblicato. E' uscito all'inizio di quest'anno un rapporto che si chiama "Rapporto Wolf": presenta una graduatoria della diseguaglianza sociale. Risulta da questo rapporto che tra i Paesi cosidetti sviluppati, l'Italia occupa una posizione altissima per ineguaglianza sociale, seconda soltanto agli Stati Uniti. Che cosa significa in termini concreti? Significa che negli Usa l'1%  della popolazione (1 milione e 800mila persone circa) si accaparra il 34% della ricchezza annuale prodotta. In Italia l'1% della popolazione (poco più di mezzo milione di persone) ottiene il 31% della ricchezza annuale prodotta. Questo dato ha dell'incredibile solo perché è pochissimo noto, perché non lo abbiamo abbastanza fatto conoscere. Questo dato ha per fonte la Banca d'Italia ed è più sorprendente e attendibile di quelli forniti dalla stessa Istat sulla base delle dichiarazioni campionarie riferite al puro reddito familiare, che in ogni caso attribuiscono più del 50 % della ricchezza prodotta ai tre decimi superiori della popolazione. Voglio dire che in questa situazione di fortissima ineguaglianza sociale, noi abbiamo messo dentro alcuni elementi che oggi si dicono di liberismo o di mercato. E comunque di competitività. Si deve competere, essere competitivi. Ma per competere bisognerebbe essere almeno ad armi pari. Se uno mi sfida a duello ed ha con sé un'arma vera mentre io possiedo una pistola giocattolo, dov'è la competitività? lo sono vittima designata. Se c'è questa gigantesca diseguaglianza, bisogna stare attenti a dire "bisogna essere più competitivi, lasciare spazio al mercato, al profitto e tutto il resto si aggiusterà". Il rischio è di consegnarsi a chi proclama le virtù del mercato e del profitto, allegramente, risultandone poi le prime vittime.
I meccanismi di comunicazione che conosciamo creano una specie di suggestione generale con i risultati che possiamo immaginare. Non faccio un discorso politico ma sociale: esiste o non esiste questa disuguaglianza sociale? E' possibile competere ad armi impari? Il discorso del redattore sociale mi sembra che passi soprattutto attraverso un'attenta lettura dei dati e dei fatti e soprattutto attraverso un'attenta lettura e, per quanto possibile, disinteressata trasmissione di questi dati e di questi fatti, lasciando vera libertà alla gente di prendere poi le proprie decisioni. Noi non dobbiamo e non possiamo barare su fatti concreti. Questi vanno detti, evangelicamente gridati dai tetti.

Claudio Fracassi - direttore Avvenimenti* (replica)

Non ce la possiamo cavare di fronte ai problemi fra informazione e mercato dell'informazione unicamente con la denuncia del fatto che c'è un mercato drogato, che non funziona e che esistono meccanismi politici di esclusione. lo credo che esista una questione di fondo, che non riguarda soltanto l'Italia, e che è un grande problema: il rapporto fra chi fa informazione, chi fa pubblicità e chi riceve.
Non ho dubbi che la situazione sia oggi esattamente come è stata descritta, con queste conseguenze aberranti dal punto di vista persine economico, per cui si preferisce, appunto, caricare di pubblicità piccoli organi di stampa che non hanno diffusione, mentre quelli che hanno grande diffusione non vengono caricati. Cosa che apparentemente è antieconomica, ma ha delle conseguenze culturali drammatiche. Perché sostanzialmente la descrizione che è stata fatta è quella in cui chi detiene il potere sull'informazione, nella sua accezione più lata, ha il potere sulle nostre anime. Questo è un grande problema, che non è un problema dì cattiveria di chi ha questo potere. Ma è il problema del nostro tempo perché, dal momento in cui nella storia umana gli individui hanno cominciato ad attingere alla fonte delle proprie scelte, dei propri valori, dei propri pensieri, delle proprie scelte di valore e di consumo, non dall'esperienza ma dall'informazione e dalla pubblicità, in quel momento la direzione di marcia e di controllo di quel mondo è diventata assolutamente decisiva per tutto. Sono molto pessimista. Vedo con molta difficoltà un modo per democraticizzare o rovesciare la tendenza di questo processo. lo vedo solo una strada, che naturalmente non risolve il problema dei bilanci dei nostri giornali, perché è una strada culturale: è quella di riequilibrare la straordinaria sproporzione di potere. La democrazia che cosa è stata? E' stato un metodo di controllo su una serie di centri di poteri. Il problema non è cercare di fare realizzare i giornali ai lettori e agli utenti.
Pongo la questione dell'alfabetizzazione del mercato. Ci sono alcuni generi - i libri, le videocassette - che noi acquistiamo in maniera alfabetizzata, perché ci hanno insegnato a leggere un libro, ci hanno insegnato a leggere una poesia, un romanzo, ad usare un testo scientifico. Di fronte al consumo dell'informazione e della pubblicità siamo così analfabeti, così stupidi, così vittime designate da non avere altra sorte che quella di essere pilotati. Prima o poi con questo problema si dovranno fare i conti perché, io credo, è il grande problema della democrazia. Detto questo, volevo aggiungere che esistono poi delle distorsioni di mercato nel campo pubblicitario che vanno segnalate; che sono specifiche e possono essere superate. L'Italia è il paese occidentale sviluppato in cui c'è la più alta presenza della pubblicità televisiva. E questo è un fatto anomalo. Qui c'è una correzione da introdurre in nome del liberismo di mercato. E se non lo si fa alla fonte è chiaro che per la carta stampata e per l'editoria minore rimarranno le briciole.
Secondo punto: non c'è dubbio che la distribuzione della pubblicità è avvenuta spesso, in passato e oggi, secondo criteri politici. E' stato fatto l'esempio di giornali che hanno bruciato risorse miliardarie. lo ricordo un mensile fatto a Napoli da Cirino Pomicino, lussuosissimo, pieno di pubblicità e che vendeva sì e no cento copie. Quello era un esempio clamoroso: lui era presidente della commissione Bilancio. Ma esempi meno clamorosi ce ne, sono dappertutto. Deve essere introdotto pertanto uno strumento di mercato che corrisponda ad una struttura democratica del mercato. Infine io credo che ci sia il campo dell'informazione pubblica, della comunicazione di servizio. Un serbatoio che, per il tipo di stampa di cui stiamo parlando, deve essere esplorato e sviluppato. Abbiamo un'informazione di immagine che serve per motivi politici. Quando un ente pubblico vuole fare una campagna e vuole dare un po' di soldi qui e là per tenere buono qualcuno, si mette a distribuire e, badate, non lo fa seguendo criteri di mercato. Distribuisce con criteri di convenienza. Quando dico comunicazione pubblica intendo quell'enorme spazio di comunicazione che le istituzioni pubbliche dovrebbero fare è che non fanno. E che dovrebbe essere uno strumento di rapporto con i cittadini, di cui la stampa è un mediatore essenziale. Allora, le ferrovie che fanno i nuovi orari, l'Inps che fa le nuove pensioni…La settimana prossima pubblicheremo con Avvenimenti un allegato con le borse di studio in Italia e all'estero. Come fa la gente a sapere quali opportunità, quali borse ci sono se non esiste un canale di comunicazione? Questa è una tipica comunicazione pubblica. Punto decisivo è fare in modo che in Italia si sviluppi una cultura della pubblica comunicazione e che questo diventi uno degli strumenti di sostegno non clientelare ma vitale di una stampa libera. Perché questa pubblica comunicazione non deve certo essere fatta con il criterio del "io ti do l'orario delle ferrovie dello Stato se tu parli bene di me".

Luigi Guastamacchia - presidente SPE* (replica)

Non voglio dire che la pubblicità non va ai prodotti impegnati. Dico che ne va molto poca, il che evidentemente è diverso: Avvenimenti ha della pubblicità, pochissima rispetto a quelli che sono i suoi valori diffusionali. Famiglia Cristiana ha molta pubblicità, ma molto meno di quanto ne ha Sorrisi e Canzoni, che si pone nella stessa dimensione di mercato. Questo solleva un problema di tipo economico. E' chiaro che la risposta a questa mancanza di introiti è la riduzione dei costi e, quindi, la necessità di fare un prodotto con meno larghezze produttive in senso dì retribuzioni, costi di carta, di stampa, rispetto a quello che possono fare i giornali che hanno molta pubblicità, e poi c'è anche la necessità di avere una risposta dalla diffusione molto più alta. Ci sono giornali che hanno una diffusione bassissima e che sono pieni di pubblicità. Due esempi banali. Prodotti come Class o come Capital vendono pochissimo e hanno centinaia di pagine di pubblicità perché esiste fra gli inserzionisti la convinzione che questi prodotti, la lettura dei quali secondo me è uno dei momenti afflittivi del mio lavoro, ad altri evidentemente piacciono. Le televisioni commerciali sono poi l'esempio più clamoroso. Oramai acquisiscono più del 50% di tutti gli investimenti pubblicitari in Italia e non brillano certo per l'utilizzo di tematiche impegnate. C'è poi il problema degli enti pubblici. Sappiamo benissimo che quando uno scrive in Italia una cosa non gradita riceve delle pressioni del tipo: non vi daremo più pubblicità. Questo discorso occulto invece, secondo me, potrebbe essere affrontato con chiarezza. Vi cito un esempio svizzero, così andiamo all'estero. Circa 7 o 8 anni fa vi fu a Zurigo una sommossa giovanile. I giovani calarono in centro dai quartieri esterni e sfasciarono completamente le vetrine, fra cui quelle del Migrot (?) che il più grande magazzino e che è un'azienda che ha anche un grosso peso politico. Il giorno dopo un quotidiano, che non può essere certo considerato un giornale rivoluzionario, scrisse un articolo di fondo dicendo che, data la trascuratezza che l'amministrazione di Zurigo aveva mostrato nei confronti dei giovani, questo tipo di reazione non era giustificabile ma comprensibile. Alla Migrot se la presero molto male e scrissero una lettera dicendo: "Voi non avete il diritto di giustificare chi rompe le nostre vetrine. Da oggi non avrete mai più una lira da noi". Ma, a differenza di quanto accade in Italia, lo misero nero su bianco e lo mandarono per raccomandata. Il Parlamento svizzero fu convocato e discusse questo problema e io credo che la lettura di questo dibattito parlamentare potrebbe essere una lettura molto utile. Alla fine gli svizzeri decisero che Migrot aveva perfettamente ragione e che nessuno può essere obbligato a dare dei soldi a chi parla male di lui. Il problema va visto in questo senso. Anche se nel caso svizzero parliamo di un'azienda privata che ha il diritto dì usare i propri soldi come vuole, e non di un ente pubblico. L'altro giorno è capitato un incidente molto più banale. Su uno dei giornali di cui mi occupo è uscito nella pagina a destra la pubblicità di un superalcolico e nella pagina a sinistra, per un puro caso, un articolo sui danni dell'alcolismo. E' successa l'ira di Dio. L'inserzionista ha detto: "Dimenticatevi il mio indirizzo perché tanto non vi serve più". Volevo finire con una domanda. Perché l'articolo di interesse sociale arrivato al livello del caporedattore si ferma? I capiredattori sono tutti cattivi oppure c'è qualche altro problema? Il problema, come dicevo prima, è quello della scarsa veicolabilità di questo tipo di informazione in un prodotto che tende sempre più ad essere un prodotto contenitore, di cui i capiredattori e direttori sono i custodi guardiani, le vittime prima ancora che i colpevoli. Non credo che ci sia cattiveria personale.


* Testo non rivisto dall'autore. Le qualifiche si riferiscono al momento del seminario.