XIII Redattore Sociale 1-3 dicembre 2006

Sotto il tappeto

Interventi

Vinicio Albanesi, Roberto Natale, Carlo Verna

Vinicio ALBANESI

Vinicio ALBANESI

Sacerdote, presidente della Comunità di Capodarco e di Redattore sociale. Dal 1988 ha ricoperto la carica di presidente del tribunale ecclesiastico delle Marche per 15 anni ed è stato direttore della Caritas diocesana di Fermo per altri dieci. Dal 1990 al 2002 è stato presidente del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca).

 

Roberto NATALE

Roberto NATALE

Giornalista, è responsabile della Responsabilità Sociale Rai. E’ stato prima portavoce del “Gruppo di Fiesole”, poi vicepresidente dell’Associazione Stampa Romana. Dal novembre 1996 all’ottobre 2006 è stato Segretario dell’Ussigrai (il Sindacato dei Giornalisti Rai)

 

Carlo VERNA

Carlo VERNA

Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti. Voce storica di "Tutto il calcio minuto per minuto", ha condotto per nove anni e anche curato per sei la trasmissione nazionale "C Siamo". È stato segretario dell'Usigrai e vicedirettore della Tgr Rai. Tra i riconoscimenti, il premio Coni-Ussi come miglior giornalista radiofonico nel 2012 e la targa Provenzali dell'Unione nazionale cronisti. 

ultimo aggiornamento 09 novembre 2017

Vinicio Albanesi*

Io inauguro questa tredicesima sessione con un pensiero-interrogativo: "Gli addetti al non profit sono degli utili idioti?". Incominciamo bene, penserete, però la domanda bisogna porsela. Io rispondo che purtroppo è vero, perché il mondo non profit conta meno di niente e dimostrerò questa tesi. C'è una grande elaborazione di entusiasmi sul volontariato: 3 milioni e mezzo di persone impegnate, 21 mila associazioni, 100 mila religiosi, 630 mila dipendenti però tutto questo conta? Io rispondo di no! e vi dimostro perché. L'attenzione delle politiche sociali negli ultimi 10 anni è concentrata sul cosiddetto "corpo grosso della società", che riguarderebbe il 70% della popolazione composto da impiegati, lavoratori stabili, insegnanti, piccoli commercianti, artigiani… i ricchi sono pochi, molto desiderati, ma non sono più di 700 mila e si auto organizzano. C'è poi qualcosa come una decina di milioni di poveri che stancamente ogni anno l'Istat e le varie indagini dicono che sono poveri e tali rimangono perché in Italia checché se ne dica, non è stata mai elaborata una politica contro le povertà: le case sono quelle di sempre, hanno subito un trattamento diciamo di libero mercato, oggi abbiamo lavoratori che nelle grandi città vivono, convivono, sopravvivono, stanno uno sopra l'altro per risparmiare, per una stanza…. Il lavoro si è precarizzato, i grandi problemi della povertà si riducono ancora una volta, dopo aver parlato tanto di famiglia, a dire non v'azzardate a fare il secondo figlio, perché la vostra famiglia diventerà povera e non andate nel sud del paese perché sarete poverissimi, questo è scientificamente dimostrato. In questa politica contro la povertà, le parole tante, nemmeno tante, parole relative, risposte zero perché la leva fiscale non gira intorno a questa massa consistente di povertà, ma gira sulla massa centrale, questo sia col passato che con l'attuale governo come le vicende della finanziaria ci hanno dimostrato. I calcoli si fanno 10 euro in più, 10 euro in meno…

Se fino agli anni '90 il mondo del non profit era un interlocutore della politica, oggi i politici hanno altri interlocutori: gli addetti, i propri consulenti esterni… Chi sono questi consulenti esterni? Sono gli amici degli amici, sono coloro i quali hanno lavorato nelle campagne elettorali, hanno sostenuto i candidati e quindi i vincitori li premiano. Sono scienziati, psicologi, psichiatri, economisti, ingegneri, architetti, i quali vivono attraverso quello che si chiama, con parola raffinata, gli esperti. In realtà poi questa dinamica, che è esplosa in tutta Italia serve invece a compensare la disoccupazione giovanile. Parlano di tossicodipendenti e non hanno visto un tossico. Parlano di malattia psichiatrica e non hanno mai parlato, detto una parola ad un malato psichiatrico, però ti raccontano, fanno schemi, tavoli, mediazioni… Io ho fatto il calcolo che un disabile per avere una carrozzina deve fare 9 passaggi: dal ministro, al sottosegretario, al presidente di regione, all'assessore alle politiche sociali, all'Asl, al dipartimento, all' assistente sociale…. Questo fa emergere che in fondo c'è una vita di parassiti che vivono sulle povertà e tutto ciò però non è concepito come dimensione parassitaria bensì come naturale, con un parossismo poi di risposte, le quali in qualche modo sono diventate talmente assurde, talmente inaccessibili che hanno l'unica spiegazione di moltiplicare altri parassiti. Un esempio: io ho aperto ieri una comunità di accoglienza a nome della Caritas, la mensa dei poveri. Se venite a vedere quella cucina della mensa dei poveri è migliore degli alberghi dove voi alloggiate e questo perché la legge sull'accreditamento della struttura prescrive una serie di cose, tra cui avere i piani tutti di acciaio, avere un frigorifero per il pesce e uno per la carne, avere gli angoli in un certo modo, le piastrelle in un altro… ci sono delle regole e si arriva all'assurdo che tra poco nelle nostre comunità ci chiederanno il percorso per ciechi che significa 70 euro a metro quadrato che indica il percorso nella casa del cieco, ignorando che qualsiasi cieco che sta in una casa, dopo una settimana sa esattamente dove mettere i piedi, le mani, gli orecchi…gli occhi non gli funzionano, ma per il resto è perfettamente autonomo. Io ho mangiato tranquillamente a casa di due coniugi ciechi, i quali hanno preparato un ottimo pranzo, tanto da arrivare a meravigliarmi. Questo significa che la disabilità e le marginalità, mettetevi tutto quello che vi pare, è diventato un mercato su cui insistono una serie di elementi che abbiamo detto parassitari.

Avete visto Report? La tesi di Report della penultima puntata è che le cooperative sociali sono una manica d'imbroglioni, perché non pagano, perché si approfittano degli operatori, ecc. Che fa questa gentile signora che ha il nome di Gabanelli? Mette in testa alla trasmissione il nome Capodarco. Va in questo ospedale e chiede ad una ragazza: di dove sei? E lei risponde: di Capodarco. Poi va da un altro e un altro e cita Capodarco 3 volte. La trasmissione prosegue e Capodarco scompare perché andando a visitare gli appalti, le buste paga, non trova la tesi che si voleva dimostrare. Avviene che quella trasmissione non dice che Capodarco imbroglia, perché non lo può dimostrare, però ti mette in un contesto d'imbroglioni. Allora la gente che mi ferma mi dice: don Vinicio che succede? Sei diventato imbroglione pure tu? Ma non ce l'aspettavamo da te, ma come mai, ma come non mai… Voglio dire che c'è una campagna feroce contro il non profit che viene da destra e da sinistra: da destra per andare verso il profit e ciò significa lucrare col sociale, la sanità, l'istruzione mentre l'attacco che viene da sinistra dice: siano tutti statalizzati, siano tutti resi pubblici. Sono le due ali, noi che siamo stati in mezzo siamo diventati coloro i quali si debbono vergognare della storia del sociale del nostro paese.

Perché non mi vergogno della storia del sociale di questo nostro paese? Perché io credo che anche noi abbiamo commesso degli errori. Il primo errore è che siamo caduti in una trappola mortale che è quella della gestione. Noi siamo degli enti no profit con delle regole imposteci dal pubblico senza avere garanzie dal pubblico. Io vado tutte le settimane nella Comunità di Capodarco di Roma e lì l'istituzione pubblica ti fa un contratto da 6 mesi e questo contratto è già sfrangiato, cioè non ti basta, e allora come si fa a regolarizzare i precari? Questa è la storia in cui noi viviamo quasi quotidianamente. Questo ci comporta di prenderci il carico oltre di coloro i quali sono a noi destinati, affidati, anche di questa precarietà che è diventata strutturale. Non solo, ma il secondo demerito è che questa trappola ci ha impedito di sognare, di inventare, di costruire qualcosa di nuovo. Noi siamo fermi nel sociale in una dimensione di fine anni '70, primi anni '80, non abbiamo inventato più nulla perché siamo caduti in questa trappola della gestione e nella gestione poi la partita si fa pesante. Termino dicendo che il sociale è diventata la cartina di tornasole drammatica del potere che ormai si esercita ovunque, compreso nei confronti della povertà, della marginalità, dei deboli che sono ritornati ad essere oggetti e non soggetti, oggetti ininfluenti nella grande politica e per quel poco che esistono, occasione di sopravvivenza per gli addetti.

Roberto Natale*

Parto dalla questione sulla quale noi giornalisti italiani stiamo battendo: la federazione della stampa, al pari dell'UsigRai è stata in questi anni amica di Capodarco e sapete, magari anche per esperienza professionale, che il tema sul quale ci stiamo battendo è quello del contratto. In questi giorni ha assunto una nuova forma, sui quotidiani non trovate le firme di giornalisti e giornaliste, giovedì prossimo anche giornaliste e giornalisti dell'emittenza sceglieranno di astenersi dalla firma. Mai come questa volta è vero che, lo diciamo spesso e talvolta c'è della tattica nell'affermarlo, stavolta invece corrisponde alla verità, non si tratta di questione di soldi, è questione di decider cosa si voglia fare dell'informazione. La discussione sul contratto è il motivo per il quale gli editori italiani hanno scelto, come mai prima era successo, di non aprire nemmeno la trattativa. I 13 giorni di sciopero che sono stati fatti fin qui non servono, come in passato accadeva, a dare un giudizio o a orientare in un certo modo la discussione e la trattativa, si tratta semplicemente, come si dice in gergo, di voler aprire il tavolo. Mai si era arrivati al punto che persino il presidente della Repubblica, come ha fatto Napolitano un mese e mezzo fa, richiami gli editori all'esigenza di assicurare anche ai giornalisti quel diritto al contratto che esiste per tutte le categorie. Sarebbe bene, inoltre, che come giornalisti ci ricordassimo che il diritto al contratto esiste per tutte le categorie.

Non si tratta di questione di soldi, il problema è come devono essere organizzate le redazioni. Gli editori hanno in testa un'idea semplice e dal loro punto di vista anche lucida: poca gente in redazione a coordinare il lavoro e molti esterni precari, una situazione nella quale le rivendicazioni di autonomia e qualità sono per forza di cose relative. Come fai a rivendicare autonomia e qualità, quando, come capita in alcune redazioni italiane il pezzo viene pagato 2 o 3 euro? Gli editori tra l'altro hanno bilanci tra il buono e l'ottimo, quindi non c'è nemmeno una crisi economica a giustificare posizioni del genere. C'è una scelta di radicale modifica dei rapporti all'interno e all'esterno delle redazioni, la scelta di una precarizzazione totale della professione, una scelta che stavolta vede in prima linea anche editori che tradizionalmente avevano attenzione alla concertazione. Stavolta a guidare i falchi della Fieg e della Federazione Editori c'è Carlo De Benedetti, l'editore "democratico", quello che dice di sé stesso: io farò la prima tessera del Partito Democratico quando si farà. Inoltre è lo stesso che pubblicamente quando ancora non era stato varato il nuovo governo, indicava come provvedimento urgente e primario, una maggiore flessibilità.

Gli editori pensano a costruire redazioni nelle quali minimo, tendenzialmente nullo, sia il diritto dei giornalisti e giornaliste di poter dire la loro sui contenuti dell'informazione, sulle scelte dell'informazione e sulla gerarchia delle notizie, per l'ovvia ragione che appena provi, da precario, ad alzare un dito per dire: io non sono d'accordo!, l'editore non deve far altro che ricordare quanto cospicua, quanto lunga sia la fila di coloro che bussano alla sua porta e che se tu scegli per motivi professionali e deontologici seri di puntare i piedi, sono prontissimi a decine a sostituirti. Questo è il nodo del contratto.

Da questo punto di vista riteniamo che la battaglia sul contratto sia battaglia di valore generale, che non riguardi solo la corporazione. Legata a tutto ciò c'è il tema dell'accesso alla professione, sul quale gli editori non vogliono che si parli perché loro dicono: decido io chi faccia il giornalista! Cosa ci state a parlare di formazione, di titolo di studio, di studio delle regole, della deontologia, delle regole, delle leggi…decido io! Ed oggi, ancora in Italia questo è possibile. Gli editori hanno una così lucida coscienza dei loro obiettivi che quando verso la fine del precedente governo stava per passare il decreto legislativo sulle professioni, il cosiddetto decreto Siliquini, che stabiliva che anche per i giornalisti sarebbe diventato obbligatorio un accesso in base a specifici elevati criteri di formazione, scuola e università, gli editori sono andati davanti alla magistratura amministrativa ed hanno affossato il testo. Gli editori sanno chiaramente quello che vogliono, sanno che serve, nell'idea che si sono fatti del loro ruolo nell'informazione, una massa a basso costo, a bassa formazione, deprofessionalizzata, lo svilimento dell'informazione, il contratto, l'accesso e poi anche le regole delle quali spesso parliamo qui tutti gli anni ossia le regole della deontologia professionale. Siamo ancora nelle settimane nelle quali tocca ricordare che se uno sceglie di fare l'agente segreto, la spia, è il caso che non faccia il giornalista, faccio riferimento alla vicenda Farina che ha diviso la categoria: è una battaglia che all'interno della categoria ancora non si è risolta tanto è vero che l'ordine dei giornalisti della Lombardia ha deciso qualche settimana fa di sospendere appena per 12 mesi chi abbia deciso di indossare l'impermeabile da 007.

Il titolo della sezione successiva è "Il coraggio uno se lo può dare". Farò dei veloci esempi di quello che nell'informazione non va e che non richiederebbe un particolare coraggio modificare e li prendo dalla cronaca di queste ultime due settimane. La polemica intorno alla video inchiesta di Cremagnani e Deaglio. Semplice domanda: ma perché un dvd, cioè una cosa pensata per uno schermo non è stata trasmessa da nessuna delle televisioni private e soprattutto pubbliche? Guardate che non c'è bisogno davvero di sposare i contenuti dell'inchiesta come hanno fatto per esempio Lucia Annunziata quando ha chiamato Deaglio in studio e Scajola la settimana dopo. Non li ha sposati Mentana. Perché non si può organizzare con un dvd già pronto una serata televisiva in cui per i primi 70 minuti fai vedere la cosa sulla quale si discute e si polemizza e nell'ora e mezza successiva chiami tutte le voci che ritieni necessarie ad approfondire, se necessario a smontare, a distruggere la credibilità del lavoro messo in piedi da questi 2 giornalisti? Secondo esempio: sabato 18 novembre l'Italia ospita due manifestazioni sul tema della pace in Medio Oriente, una a Milano e una a Roma. A quella di Milano partecipano 50-60 mila persone, una  marea di sigle che la promuovono. Quella di Roma è assai meno partecipata, molte meno le sigle che la promuovono, come tutti sappiamo ci verificano degli incidenti, fantocci bruciati, atti gravissimi, sconsiderati, da parte di un gruppetto di persone. L'effetto mediatico, come si usa dire, è che quei falò di Roma annullano sostanzialmente l'impatto sui mezzi di comunicazione della manifestazione di Milano. Domanda: cos'è una notizia? In base a quali meccanismi decidiamo che una cosa è rilevante e un'altra no? Non sarà che, come recitava quella rubrichetta di una pubblicazione che ancora fa fortuna, la Settimana Enigmistica, ragioniamo in base alla logica dello strano ma vero? Ossia fa notizia ciò che è eccezionale, che è superficialmente eccezionale, perché mi sentirei di dire che può avere dell'eccezionale anche il fatto che un arco vastissimo di forze ha deciso di lavorare alcune settimane per dire a tutta Italia e non solo dentro i confini italiani, che ci sono due popoli, due stati come Israele e Palestina con gli stessi diritti. Guardate che il problema è grande. Come si fa a catturare l'attenzione dei mezzi di comunicazione? Intendo dire che le scelte che facciamo sulle notizie hanno un impatto sociale anche nello spingere verso forme di protesta meno civili. Terzo esempio sempre dalla giornata di sabato 18 novembre. Qui a Capodarco siamo tutti cresciuti, in questi 13 anni,  parlando della rilevanza sociale della notizia. Una notizia è tanto più degna da definirsi tale, quanto maggiore è il numero delle persone che tocca. Sabato 18 novembre è stata anche la sera del matrimonio di Tom Cruise e Katy Olmes: perché alcuni telegiornali hanno deciso di dedicare a questo tema 3 servizi? Io apprezzo i mutamenti che la nuova gestione del Tg1 ha introdotto nei contenuti del giornale, vedo che per fortuna non è più una notizia il fatto che d'inverno faccia un po' più freddo che d'estate, però il fatto che quella sera ci sia stata l'apertura, il collegamento di mezzo e la chiusura, per un totale di 11 minuti su 30 di un telegiornale su questa matrimonio, dà forse una scala di priorità che non possiamo condividere. Ultimo esempio, l'ho preso da Repubblica di martedì scorso che a me sembra una delle cose più grosse uscite in questi ultimi tempi nel racconto dell'Italia, l'avrete vista in parecchi forse nel paginone di Repubblica con il titolo: "Se la scuola non rende uguali". Il nostro sistema scolastico è tra quelli meno capaci in Europa di favorire emancipazione, più del merito conta l'origine sociale, secondo la severa diagnosi di sociologi ed economisti; vi leggo solo l'attacco del  pezzo a firma di Simonetta Fiori: "La scuola fa notizia soltanto in casi eclatanti o perché preda del bullismo, o quando le maestre zittiscono i bambini con lo scotch." Rischia di passare sotto silenzio la gravissima diagnosi su cui ormai concordano, cosa piuttosto rara, sociologi, economisti e pedagogisti ossia che il nostro sistema scolastico è tra i più arretrati in Europa nel porre riparo alle diseguaglianze sociali, o detto diversamente la nostra è ancora una scuola di classe, che privilegia i ceti agiati, penalizza le famiglie socialmente più fragili. Se è vero che nel corso del '900 è diffusamente aumentato il tasso di scolarità, non è diminuita la disparità nell'accesso all'istruzione, soprattutto nel suo ultimo segmento da secondaria superiore ad università, anzi negli ultimi anni va registrata un'inversione di tendenza. Per dirla con Marco Rossi Doria, maestro di strada impegnato nella trincea di Napoli: "E' peggio oggi che ai tempi di don Milani". Ma non è una notizia questa o no? Non è una fotografia dell'Italia che vale un po' più di certe polemichette che separano gli schieramenti politici e che durano lo spazio di una giornata? Questo tema, secondo me, chiama in causa non solo l'informazione: io mi chiedo, se la politica non parla di questo, cioè dell'uguaglianza delle opportunità, del carattere sostanziale o meno di una democrazia, ma di cosa parla? In questo senso credo che sia esattamente il tema del quale parlava prima don Vinicio dicendo che i poveri sono stati rimossi dal dibattito politico mentre riguardano la politica ed anche l'informazione. Tutto ciò spiega il motivo per il quale essenzialmente teniamo a questo rapporto con il seminario per giornalisti di Capodarco, perché è fuori dalle redazioni e in maniera paradossale è uno dei pochi, pochissimi luoghi, in cui anno dopo anno, ci sforziamo di tornare a ragionare su cosa debba esser considerato degno di esser definito informazione, notizia.

Carlo Verna*

Come Usigrai abbiamo seguito l'esperienza del Seminario per Giornalisti di Capodarco fin dall'inizio, sempre puntando sulla contaminazione tra le due professionalità, il giornalista e l'operatore del sociale. Questa contaminazione diventa ancora più utile in anni di profonda trasformazione sia tecnologica che legislativa, quando può crescere la tentazione di un'informazione tutta piegata sul profitto, sugli ascolti, sul sensazionalismo, quindi distante da spezzoni importanti di società civile. Il coraggio del giornalista deve essere affrontato senza alcuna retorica dannunziana. Il coraggioso come atto individuale corrisponde ad alcuni clichés un po' scontati del giornalista d'assalto e qui in questo rientra anche la denuncia; a me dispiace che una trasmissione della Rai in molti casi apprezzata, abbia potuto prendere in qualche modo uno scivolone, proprio perché alla fine questo cliché finisce col condizionare e non serve a nulla questo coraggio senza un quadro normativo che lo consolidi e lo renda possibile.

E' necessaria una riforma legislativa del servizio pubblico e il suo sganciamento dalle maggioranze politiche di turno;  lo statuto dell'impresa giornalistica che tuteli le autonomie professionali; la riforma dell'ordine dei giornalisti che renda credibile l'autodisciplina della categoria e infine un percorso di accesso alla professione di giornalista che sia fondato su criteri selettivi e su livelli culturali di tipo universitario. Io credo che il primo problema che esiste nell'ambito della categoria dei giornalisti, sia quello di uno scatto generazionale, ecco perché noi come UsigRai al congresso di Montesilvano abbiamo votato la mozione che punta a un cambio di statuto che consenta l'inserimento dei precari nella nostra UsigRai.

Si parla tanto in questi giorni di indice di qualità e io credo che uno degli indici di qualità dovrà essere la capacità di far scaturire inclusione sociale. Intorno a questo concetto si può sviluppare un dibattito interessante a partire dalle linee guida per la riforma della governance del servizio pubblico radiotelevisivo annunciate dal ministro Gentiloni, un qualcosa che non è questione dei partiti politici o dei sindacati, bensì questione dei cittadini, una questione di democrazia in questo paese, quindi attenti tutti a seguire questa riforma della Rai nel senso di favorire l'inclusione e i mille pluralismi. Oggi invece il pluralismo è inteso solo come voce dei partiti, degli stessi partiti che attraverso la legittima commissione parlamentare di vigilanza e attraverso il meno legittimo delle nomine all'interno del consiglio di amministrazione, in base alla Gasparri, che abbiamo sempre criticato come sindacato e siamo sempre stati per altro in ottima compagnia in questa critica. In tal modo si affermano solo interessi impropri, quelli dei partiti, quello del bilancino, quindi interessi privati; tutto ciò non risponde neanche ai principi costituzionali di libertà, di uguaglianza e di libera informazione. Credo quindi che questa attenzione di tutti, di come evolverà la riforma della Rai, ha bisogno soprattutto di uno scatto in questo senso, sganciare, recidere il cordone ombelicale tra la politica che nomina e chi gestisce. 


* Testo non rivisto dall'autore.