X Redattore Sociale 28-30 novembre 2003

Volo Radente

Dove planano i giornalisti

Apertura di Pietro Colonnella. Introduzione Lucio Babolin. Conduce Vinicio Albanesi. Intervengono Diego Della Valle, Laura Gnocchi, Roberto Morrione

Vinicio ALBANESI

Vinicio ALBANESI

Sacerdote, presidente della Comunità di Capodarco e di Redattore sociale. Dal 1988 ha ricoperto la carica di presidente del tribunale ecclesiastico delle Marche per 15 anni ed è stato direttore della Caritas diocesana di Fermo per altri dieci. Dal 1990 al 2002 è stato presidente del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca). Tra i libri scritti, per l’editrice Ancora, “I tre mali della chiesa in Italia” (2012), l’autobiografia “La finestra sulla strada” (2013), “Il sogno di una chiesa diversa” (2014), “Ripensare la famiglia” (2015) e “I quattro gradi dell’amore del prossimo” (2016), Il diaconato delle donne? E’ possibile! e Lezionario privato (2017)

ultimo aggiornamento 20 settembre 2018

Pietro COLONNELLA

Pietro COLONNELLA

Presidente della Provincia di Ascoli Piceno.

 

Lucio BABOLIN

Lucio BABOLIN

Presidente Nazionale CNCA

ultimo aggiornamento 28 gennaio 2005

Diego DELLA VALLE

Diego DELLA VALLE

Imprenditore.

 

Roberto MORRIONE

Roberto MORRIONE

Giornalista, ha lavorato per 44 in Rai con ruoli di responsabilità in diverse testate. Dal ‘99 al 2006 ha diretto Rai News 24.

ultimo aggiornamento 01 dicembre 2006

Laura GNOCCHI

Laura GNOCCHI

Direttrice de il Venerdì.

 

Don Vinicio Albanesi*

Diego Della Valle è un industriale, lo conoscete tutti, è della nostra zona, abita dietro Fermo, a Casette d'Ete. Gli farei quattro domande. La prima: qual è la tua storia. La seconda: che significa oggi fare l'industriale? La terza: che rapporto c'è tra questo mondo no-profit e il profit? E infine la sua attenzione e partecipazione alla comunicazione.

Diego Della Valle*

Una storia tipica italiana

Raccontare qua la mia storia è più facile , considerando che è partita da qua vicino e che tutto sommato sta qua vicino, continua a restare qua. E' un po' la storia tipica delle famiglie locali, che nel dopo guerra hanno cominciato a lavorare. Dato che da noi facevano tutti le scarpe, la mia famiglia era una di queste.
Non vorrei semplificare ma la mia è una storia abbastanza normale di una famiglia che aveva voglia di lavorare, che ci ha messo un po' di caparbietà, che ha cercato sempre di farlo con un indirizzo molto preciso legato al buon senso, al non rischio, al voler fare i propri interessi senza farseli contro gli altri. In un certo senso è una storia anche fortunata, perché un po' di fortuna nella vita non guasta.
La identificherei, cambiando solo la dimensione, con quella che è la storia di migliaia di famiglie delle nostre parti che tutt'oggi continuano a fare quello che hanno cominciato a fare a volte i nonni, qualche volta i padri, molto spesso la stessa generazione che ha cominciato la propria attività e che la sta portando avanti. Se cambiamo la dimensione posso dire che il nostro percorso è lo stesso di altre famiglie, con lo stesso tipo di apprensioni, lo stesso tipo di problematiche, di difficoltà che hanno gli altri. Non mi sentirei di banalizzare nel dire che si tratta di una delle tante storie di queste parti che ha avuto magari un po' più fortuna e che oggi ha una dimensione più ampia. È una storia tipica italiana: l'Italia è piena di gruppi familiari che dandosi da fare hanno costruito delle leadership nei loro settori, le trovate nel mondo delle piastrelle, le trovate nel mondo del tessile, in tutti i comparti industriali italiani ci sono fenomeni di questo tipo e quasi sempre - anche perché molti di questi fenomeni, trattando prodotti che destano meno curiosità del mestiere che faccio io - sono persone che, per fortuna loro, sono meno alla ribalta.

Vedo che l'Italia è piena di gente seria, per bene, che lavora seriamente, e la nostra è una nazione che in quel senso viene raccontata poco. Secondo me bisognerebbe farlo di più, per dimostrare anche a gente giovane come voi che non è sempre vero che più ci si alza di quota e peggio si diventa, ma può anche essere vero che ci si alzi di quota da una parte e si rimane con tutta la parte forte dello spirito delle persone ben ancorati per terra. Io adesso non vi voglio annoiare a lungo, perché magari preferite farmi delle domande, quindi non vi racconto cosa abbiamo fatto noi. Vi racconto solo la parte finale: quella che vediamo oggi è una delle aziende leader al mondo in tutto quello che ha a che fare con gli accessori di grande qualità, sono tutte cose che noi fabbrichiamo prevalentemente nelle Marche, non solo in Italia, ma prevalentemente nelle Marche e vendiamo in tutto il mondo. Abbiamo una politica di sviluppo che è legata molto all'apertura di negozi diretti e quindi ogni nostro marchio avrà i prodotti venduti nei propri negozi. Abbiamo una politica di sviluppo merceologico sempre legata al mondo delle cose che hanno a che fare con gli accessori in pelle e non, ma comunque accessori, molto focalizzata, molto forte.
È una delle poche aziende italiane di questo settore quotata in borsa. È una delle poche aziende in cui la famiglia ha portato un'azienda privata a diventare pubblica.
Credo che sia un percorso da consigliare a molti altri imprenditori e credo che sia un passo che si può fare senza problemi, che si deve fare in alcuni casi se si vuole proprio allargare la dimensione del proprio gruppo. Facciamo quasi tutto nelle Marche, vorremo continuare, se possibile, a farlo, con mille difficoltà che non ci sono causate dal territorio, ma che sono causate da una competitività mondiale molto forte.

Adesso è molto di moda parlare della Cina che è... stavo per dire.. un vero problema. E' un vero problema nel breve, ma non è giusto definirlo un problema, perché è un problema da una parte ma è un'opportunità dall'altra. Si tratta, comunque, di una grande realtà che non potremmo certamente mettere a tacere soltanto dicendo che non vogliamo i loro prodotti, perché oltre tutto questi sono signori che tra qualche anno ci metteranno a disposizione sempre di più un mercato con un miliardo e 300 milioni, o 400 milioni di persone.
Si tratta di un'opportunità che dobbiamo controllare, raccogliere, ragionarci sopra, cercare di trasformarla in energia anche per le aziende piccole, o medio piccole del nostro territorio. E questo non saranno certo i piccoli imprenditori o i grandi artigiani a poterlo fare da soli, c'è bisogno che una politica seria, fatta di poche cose, non di aiuti, perché grazie a Dio le medie e le piccole aziende italiane non hanno mai avuto bisogno di aiuti.
Le aziende più grandi come le nostre gli aiuti se li pigliano da sole ed è doveroso che lo facciano da sole. Quello che serve è un'organizzazione industriale, politico-industriale, che permetta ai nostri artigiani, o alle piccole imprese come ci sono nel nostro territorio e in tutti i comparti industriali italiani, di potersi proporre anche a mercati lontani, costosi da raggiungere e dove spesso chi gestisce la vita quotidiana dell'azienda, cioè la apre e la chiude, il nucleo familiare, lavora lì, è oberato di una gestione quotidiana di problemi, non ha il tempo e l'energia per occuparsi di vedere cosa bisogna pianificare a tre anni. Credo che questo sia un obbligo delle associazioni territoriali, di categoria, nazionali, è un obbligo del governo di mettere in condizioni quello che è il vero tessuto industriale in Italia, cioè il grande artigianato e la piccola e media impresa, di poter affrontare queste sfide senza rimanere vittima di mercati che ci possono travolgere.
Sono convinto che stare in Italia è molto meglio per noi come imprenditori privati ed è doveroso come industriali restarci perché poi la nostra comunità e tutto quello che ruota intorno alle aziende e all'attività ne trae un beneficio. Se siamo noi i primi a sparire dall'Italia, anche quelli che possono permettersi di rimanerci, solo perché hai un po' di vantaggi in più ad essere fuori Italia, ritengo che si attui un comportamento un po' vergognoso. Per restare sul posto e continuare a produrre ci vuole una certa consapevolezza da parte di tutti quelli che ruotano intorno alle realtà produttive, industriali, nel volerlo fare. Sono importanti i dipendenti, che sono il fulcro delle nostre attività, senza i nostri dipendenti noi saremmo dei grandi preparatori di progetti, ma non faremmo nulla.


Made in Italy

Quello che chiediamo è di essere messi in condizione di produrre localmente ed ho l'impressione che si possa dimostrare che una fascia di attività saranno sempre fatte in Italia, tenendo anche conto che tutti questi nuovi mercati emergenti, quando diventeranno anche dei mercati ricchi, avranno voglia di comprare prodotti Made in Italy. Il Made in Italy per loro rappresenterà anche un po' un affrancamento sociale. Mentre oggi i cinesi vengono individuati come produttori di manufatti che costano molto meno e portano via il know how italiano, in futuro li vedremo come forti consumatori dei nostri prodotti e se oggi si riesce ad aggregare, diciamo così, le culture industriali cinesi e quelle locali, potremmo avere dei partners importanti per il futuro. Questa è una cosa che il governo, mi pare di aver capito, ha preso a cuore e sta facendo, speriamo che faccia in fretta. Quindi delocalizzare sì, solo se serve e solo se è veramente l'ultimo atto possibile prima di perdere il mercato. Vedo che molti delocalizzano prima di vedere se possono razionalizzare a casa loro: credo che sia un grande errore e li invito prima di organizzarsi bene e poi di vedere se, pur alla luce della nuova organizzazione, delocalizzare sia proprio necessario. Il ruolo dell'industriale oggi, mi diceva don Vinicio prima. Il ruolo dell'industriale oggi è cambiato profondamente, no? L'industriale di 20 anni fa si occupava solo dei propri affari, quindi la distinzione era tra gli industriali seri e quelli meno seri. L'industriale di oggi ha l'obbligo, il dovere di occuparsi dei propri affari, perché un'azienda che non è competitiva non è nulla, ma deve anche buttare un occhio a quello che le aziende debbano rappresentare nella realtà locale sotto l'aspetto sociale. Non si può prescindere dall'avere gruppi industriali forti che non si occupino un po' del mondo che li circonda, del sociale in un modo più allargato. Credo anche di non dire una stupidaggine se secondo me saranno gli stessi cittadini piano piano a spronare le imprese a farlo. In America comincia ad essere già forte questa corrente di pensiero secondo cui i cittadini, quando vanno ad investire il loro denaro, chiedono che venga investito in società diciamo eticamente di qualità. Ciò, di conseguenza, riporta in mano alla gente - che poi spesso è quella più vicina ai problemi del quotidiano, ai problemi del volontariato - la possibilità di decidere, di spronare le imprese. In passato si poteva avere un'impresa di successo al di fuori di ogni problema etico, il punto era solo di mantenersi entro la legge.

Cresce la sensibilità

Oggi, invece, credo che ci sia una sensibilità che cresce e la gente non ha più voglia di comprarsi prodotti che non vengano fatti in un certo modo giusto e che non vengano prodotti da persone che abbiano come minimo uno standard di vita normale. Io credo che non ci sia una grande difficoltà di vedute tra imprenditoria illuminata e il mondo del volontariato serio: la cosa importante è che nessuno cerchi di fare il lavoro dell'altro. Credo che se si trovasse un modo per stabilire che una percentuale dell'utile delle proprie aziende potesse essere devoluto alle strutture del volontariato e magari anche detassato dallo stato per incentivare i meno volenterosi a farlo e che se il volontariato poi fa il proprio mestiere, che è quello di sostenere con questi mezzi tutte le realtà con problemi seri, io penso che questa potrebbe essere un'operazione accettabile, sostenibile. Sono anche convinto, conoscendo bene il mondo industriale, che non ci sarebbero delle grandi opposizioni a poterlo sviluppare, si tratta di capire chi e come lo dovrebbe fare. Questo potrebbe essere uno dei grandi temi che Confindustria avrebbe dovuto dibattere nel passato, perché obiettivamente non ci vuole molto a creare consenso su cose di questo tipo: gli industriali non sono altro che delle persone che vivono in paesi, città, quartieri e quindi se non loro - perché sono sempre in un mondo incapsulato di problemi, o legato alla gestione dell'azienda - ma la propria famiglia a casa riporta segnali. Credo che sotto questo aspetto si tratta solo di trovare il modo di poterlo far bene, ma non ci dovrebbero essere grandi problemi nel portare avanti questi risultati. Rientriamo un po' nella logica che già esiste, quella secondo cui le aziende sensibili lo fanno e chi non ha sensibilità non lo fa. Don Vinicio mi ha detto che devo parlare di comunicazione, qui abbiamo degli esperti e di comunicazione ne dovrebbero parlare loro non io, ma la comunicazione, insomma, è importante. È importante per vendere un chilo di mele, una borsa che costa 3 milioni, un'automobile e soprattutto è importante per segnalare problemi seri che ci sono di malumore, di disagio tra le persone, tra le comunità. Con la comunicazione, secondo me, si ottengono due risultati: si sensibilizza chi queste cose non le sa e, dato che il mondo che regola un po' la vita di tutti è un mondo sensibilissimo alla comunicazione, è anche un modo poi per far prendere degli impegni a chi se li deve prendere, per verificare se le cose le fanno. Comunicazione, ai giorni d'oggi, vuol dire immagine. Un'immagine che a volte viene distorta. Se dovessi dare un insegnamento a una persona giovane, cercherei di spiegargli bene che cos'è l'immagine, quali sono i meccanismi dell'immagine. Gli direi di fare attenzione perché senza una grande qualità in ciò che si fa, non si va da nessuna parte.

L'immagine può far bene, ma può fare anche molto male

L'immagine deve essere uno degli ingredienti nel completamento del pacchetto e del progetto. Oggi in molti casi l'immagine rappresenta la maggioranza o quasi la totalità degli ingredienti di molte cose. Io direi: stiamo attenti che l'immagine può far bene, ma può fare anche molto male, se poi se ne diventa un po' schiavi allora il problema peggiora, perché vuol dire che ci si affida nelle mani di chi la gestisce e questo non va bene. Tenetevi sempre uno spirito di valutazione forte, cercate di confrontare le fonti sulle cose importanti, non vi affidate totalmente a chi vi vuol propinare dei messaggi, soprattutto quando sono messaggi legati all'etica, alla politica, alla vita sociale quotidiana, perché questo sarebbe molto pericoloso. Io credo che l'Italia abbia un buon livello di giornalismo, che non è secondo a quello di nessun'altra parte, ogni tanto sento un po' che c'è un po' del provincialismo che dice che la stampa libera sta in America. Sono dei meccanismi un po' diversi dai nostri, ma io che conosco un po' la stampa di tutto il mondo, credo che a casa nostra ci siano persone di primissimo ordine. Quello che ci vorrebbe a mio avviso, è un po' un allargamento di pluralità, di realtà o di macchine comunicazionali che siano la televisione, che siano la carta stampata con tutti i problemi che poi queste cose comportano. Credo che l'Italia non si possa lamentare, ha della buona stampa, dei buoni giornali, ha dei buoni giornalisti, direi quindi che non partiamo svantaggiati nei confronti degli altri mercati. Per quanto riguarda la mia azienda, i miei investimenti nel mondo della pubblicità non sono degli investimenti operativi, sono degli investimenti di lungo termine. È un settore nel quale non abbiamo nessuna intenzione di andare a mettere un dito sotto l'aspetto gestionale e quindi li vedrei come investimenti "finanziari".

Don Vinicio Albanesi*

Abbiamo ascoltato ieri e l'altro ieri tutta una serie di input. Stamattina abbiamo due blocchi: da una parte abbiamo un blocco di persone le quali sono direttamente coinvolte a vario titolo per rispondere alla domanda che abbiamo posto: dove planano i giornalisti? Cioè: chi è che ordina di fare quel volo? Chi è che controlla quel volo? Per quali risultati? C'è Laura Gnocchi che è direttrice di "Venerdì" di Repubblica, mi ha raccontato il curriculum. E' di tutto rispetto. C'è Roberto Morrione, che è espressione di un mondo pubblico, perché è direttore di Rai News. C'è un imprenditore privato che ha detto io ho investito sul Corriere della Sera a motivo finanziario. Allora questa domanda la rivolgo a tutti e tre, a cominciare da Laura Gnocchi.

Laura Gnocchi*

Io credo che i giornalisti planino un po' dove vogliono, nel senso che sono perfettamente d'accordo circa il fatto che il giornalismo italiano non sia per niente un giornalismo di serie B ed è certamente un giornalismo migliore di 10-15-20 anni fa. E' migliore perché si sono moltiplicati i mezzi, si sono moltiplicate le fonti e si sono moltiplicati i temi che arrivano sui giornali. Quando io ho iniziato, una quindicina di anni fa, diciamo che i quotidiani avevano solo due grandi filoni, uno era la cronaca, l'altro era la politica e poi un po' di bianca, quella di solito la facevano fare alle donne perché la ritenevano meno importante, che era che so.. la scuola, la società, ecc. Adesso i temi che arrivano sui giornali, sia sui quotidiani, sia sui settimanali, sono molti di più: c'è una sensibilità ecologica che prima non c'era, una sensibilità al volontariato che prima non c'era, una sensibilità a quello che ci riguarda dal punto di vista medicina, stare bene, ecc., si sono molto allargati i temi. L'offerta che c'è sui giornali è molto più vasta. Ora, però, non possiamo neanche illuderci che i giornalisti siano meglio della società che li esprime. Io questo non credo che sia mai capitato e credo che non capiti neanche adesso. Non si capisce perché la nostra classe politica sia in una certa maniera, il nostro capitalismo sia in una certa maniera, poi c'è una specie di isola felice che sono i giornalisti che devono essere bravi, buoni, intelligenti, capaci di denuncia, capaci di verità. Non si capisce perché la verità non esista e la dobbiamo tirare fuori noi. Allora tutto questo non significa che il nostro sia un mestiere servo e da servito, lo è certamente in molti casi, può non esserlo. Può non esserlo, ma credo che qui si vada a una responsabilità personale. Per questo dico che il giornalista plana un po' dove vuole, perché io credo che il tentativo di un giornalista, più che il compito, sia quello di mettere in atto personalmente, ogni giorno nei suoi pezzi, nei suoi articoli, in quello che fa tutti i giorni, un tentativo di inclusione, non di esclusione. E poi il tentativo di inclusione di chi ci legge. Questa è una cosa che sembra scontata, ma non lo è.

Il giornalismo sta migliorando

Il fatto che il giornalismo migliori lo si vede anche da alcuni piccoli segnali. Sui quotidiani è comparso il riassunto, sembra una stupidaggine, ma è una cosa molto importante. Ci si prende la briga di raccontare dove siamo, se per caso tu hai perso le puntate precedenti non ti escludo, ricomincio da capo. E lo stesso è negli articoli che si fanno. Un tentativo di inclusione, un tentativo di non dare nulla per scontato che parte anche dalla didascalia, dai contenuti e arriva per chi fa desk, perché poi non tutti scrivono ovviamente, perché il giornalista è sempre visto come quello che parte, esce, si diverte, o rischia, fa e poi torna con, come si diceva un tempo, con il "pezzo in bocca", poi c'è uno sfigato che glielo titola. Intanto da questo punto di vista il ruolo del desk è fondamentale, ora poi io tiro l'acqua al mio mulino, perché ho fatto più desk nella mia vita di quanto abbia scritto, ma io ritengo che sia un ruolo fondamentale. Chi titola, chi mette un sommario, mette una didascalia, o mette un'immagine deve cercare di includere. Il fatto che chi legge un giornale si senta escluso, non capisca, gli venga rinfacciata in maniera non diretta, ma esplicita la sua ignoranza, fa si che questa ignoranza tenda a moltiplicarsi. Pare una cosa banale, ma il giornalista parte dalla responsabilità personale, poi naturalmente siccome si fa parte di un sistema, di un giornale - ci sono dei direttori, ci sono dei capi redattori, tutta la struttura di comando - il giornalista risponde, nel senso che ha delle indicazioni. Serve qualcuno che, quel volo, lo faccia partire e lì mi viene da dire che ciò avviene molto a responsabilità personale. I giornali sono molto spesso espressione di chi li fa. C'è un po' l'idea che i giornali in realtà siano il risultato di un grande complotto, di un grande intrigo in cui c'entra la politica, in cui c'entra la pubblicità, in cui c'entra la proprietà. Ritengo che ciò sia parzialmente vero, io credo che chi comanda nei giornali abbia una grandissima responsabilità, in parte di resistenza a questo complotto, a questo intrigo, che poi non è così forte. Anch'io quando sono partita pensavo che da una parte ci fosse il giornalista libero, bello e eroico, e dall'altra parte tutto questo mondo di gente pronta a spegnere i suoi entusiasmi e le sue illusioni. Non è così.. Non tutti i giornalisti sono liberi e belli e qui bisognerebbe aprire un capitolo sull'accesso alla professione. Credo che anche qui ci sia un miglioramento rispetto agli anni precedenti: la politica c'entra molto meno. Mentre diversi anni fa era difficile entrare senza grosse raccomandazioni, adesso, vuoi per le scuole, vuoi per minor controllo, la situazione è diversa. Io credo che l'accesso alla professione andrebbe regolamentato in un'altra maniera. Non sono d'accordo sul mantenimento dell'ordine, che comunque è una cosa corporativa e però non sono neanche d'accordo che il giornalista è chi lo fa. Allora giornalista è chi si prepara a farlo, quindi non si capisce perché come in tutte le altre professioni non ci siano corsi di studio, facoltà universitarie per i giornalisti che poi accreditino un giornalista a fare il proprio mestiere.

I voli sono piccoli, sono come quelli dei fratelli Wright

Diciamo, quindi, che chi controlla il volo e chi fa il volo sono in qualche maniera ugualmente responsabili. La domanda è: si può volare? Secondo me sì, si può volare. Si può volare anche avendo un po' di fortuna, come giustamente diceva Della Valle, che nella vita non guasta. Si può avere un po' di fortuna e quindi trovare qualcuno che ti fa volare. Non bisogna aspettarsi voli, particolarmente per chi inizia, da concorde. I voli sono piccoli, sono come quelli dei fratelli Wright, si sbatte in terra, l'importante è quello di non fermarsi, perché ripeto e può sembrare un paradosso, volate dove decidete di volare. È vero che il fatto che ci sia poca concorrenza costringe a mangiare la minestra che viene servita, però è anche vero che - mi viene da dire una cosa di quando eravamo giovani - il miglioramento comincia dal basso. Il ragionamento è quello di non crearsi grandi illusioni, ma neanche di cedere all'idea che tanto non si può fare niente perché il grande fratello impedisce qualsiasi cosa. Il cambiamento è lento, graduale, ma secondo me continuo. Ci sono momenti di involuzione, legati anche a quella che è l'involuzione, a meno dal mio punto di vista questo è un pesante momento d'involuzione della situazione globale italiana, e quindi anche il giornalismo gli va dietro, perché quando lo scontro si radicalizza non va bene per nessuno, però il cambiamento è piccolo, è lento e costante, parte dalla didascalia, passa per un pezzo, passa per una copertina dove non si usa più una donna nuda. Allora, detto questo, non è sempre responsabile il giornalista. Io in una precedente vita professionale facevo il vicedirettore a Panorama e ahimé devo dire che le copertine con le donne nude - meno nude di quelle di adesso, meno nude di quelle precedenti, in senso che in quel periodo lì insomma Panorama stava un pochino cambiando - facevano vendere di più. Allora è responsabile chi le mette, ma è responsabile chi le compra. Quindi il tentativo di vendere anche senza le donne nude è una cosa che, per esempio, io mi sono permessa sul "Venerdì". Da quando io sono arrivata il "Venerdì" non ha più messo una donna nuda, perché a me dà fastidio, mi dà fastidio in quanto donna, penso che sia pretestuoso. Per me è più facile perché sono allegata a Repubblica e quindi, come dire, sono trascinata, poi vendo anche autonomamente, perché il "Venerdì" alza quasi un centinaio di migliaia di copie.

Don Vinicio Albanesi*

Se vi capita come direttrice cavoli vostri!!! Roberto Morrione ha una lunga storia nella Rai, altra struttura, ma stesso obiettivo, notizie, comunicazione. dove planano i giornalisti? Chi ordina il volo? Dove lo si dirige? I risultati dove si riscontrano?

Roberto Morrione*

Ovviamente abbiamo trattato in questi giorni alcune problematiche molto complesse, io quindi mi limiterò a trarne alcuni spunti e aggiungervi alcune osservazioni, alcune riflessioni tratte dalla mia personale esperienza, senza fare con questo un'analisi organica di problemi. Innanzi tutto una riflessione su questo seminario. Io sono un aficionado dei seminari di Redattore Sociale da vecchia data, perché trovo che sia fondamentale, nel nostro mestiere scambiarsi delle idee, qualunque sia il livello di responsabilità, le funzioni, le esperienze avute. La prima cosa che mi viene in mente è che questo tipo di esperienza, ormai rarissima nel nostro paese, dovrebbe servire un po' da pilota per esperienze sulle quali potrebbero impegnarsi, elaborarsi delle grosse realtà associative, istituzionali del mondo dell'informazione. Penso ad esempio alla federazione della stampa ed ad altre possibilità quali l'Usigrai, il sindacato dei giornalisti radiotelevisivi. Un tempo i giornalisti della Rai si riunivano in una stupenda collina a Fiesole, discutevano, litigavano, trovavano delle idee, progettavano delle cose. Io credo che Capodarco possa essere sotto questo profilo un esempio, un'esperienza che in forme varie dovrebbe essere moltiplicata. Uno dei problemi del nostro mestiere è la parcellizzazione e anche una certa chiusura individuale che è proprio del nostro mestiere, perché le redazioni sono organizzate per gruppi separati, perché ci sono meccanismi altamente competitivi, nel che non c'è niente di male, perché sia una molla per fare meglio il proprio mestiere. Tuttavia, una struttura di questo tipo, rinchiude molto, quindi avere momenti di questo tipo è estremamente positivo e importante. Ieri ho sentito alcune testimonianze, in particolare Alberto Cairo, Paolo Rumiz e don Kizito, anche la Dentico, per Medici senza frontiere, così come avevo sentito nel seminario sulle marginalità, cose che mi hanno dato degli spunti che cercherò di mettere in azione nei modi possibili e con le forze e i limiti oggettivi che esistono a Rai News 24. Mi è capitato anche l'anno scorso, ricordo un bellissimo seminario sui rifugiati politici, con un formidabile gesuita di Roma, la cui esperienza è servita a Rai News 24 per fare una lunga diretta di 3 ore su questo tema, in forme multimediali, ma comunque traendo esattamente spunto da lì.

Apprezzo la provocazione del volo radente

Il volo radente è una bellissima immagine di cui apprezzo la provocazione. Io voglio sottolineare, a mia volta provocatoriamente, che presenta anche delle opportunità. Ad esempio, in termini militari, il volo radente è usato per sfuggire alla contraerea e permette di fotografare meglio alcune posizioni, si potrebbe continuare per via di metafora. L'importante è volare, il volo radente non può essere preso a sé stante e certamente potrebbe avere dei rischi, ma non può non essere staccato ad esempio da un volo ad alta quota, da visioni più globali, come anche da quelle straordinarie camminate, pedalate in bicicletta di cui ci parlava Paolo Rumiz, il che gli ha consentito di vedere alcune parti del mondo con un'ottica diversa. Credo che per linguaggi, per tempi di lavorazione, per spazi differenziati, ci siano molti modi di volare. La cosa fondamentale è battersi affinché si possa volare, ciascuno nei propri spazi, ai propri livelli di responsabilità, cercare di far sì che non ci siano i fuochi di contraerea, o che comunque quando ci sono, ci sia la possibilità di poter difendere la propria autonomia, il proprio giudizio, la propria professionalità. L'esposizione di Della Valle - molto interessante - ha dimostrato che anche a quel livello l'elemento della professionalità può essere decisivo. Ora io non so se, come diceva Laura Gnocchi, il giornalismo oggi sia meglio di quello di un po' di anni fa; quello che però mi sembra evidente - ed è un altro spunto di riflessione - è che la realtà che è di fronte al giornalismo e all'informazione oggi è molto mutata. Probabilmente è anche molto più complessa da descrivere e da interpretare. Contemporaneamente si sono sviluppati in maniera straordinaria anche i mezzi per descrivere, per informare. Ecco allora la domanda: rispetto a questi due elementi, lo straordinario e velocissimo mutamento del mondo che è attorno a noi e che impronta la nostra vita, i nostri problemi di tutti i giorni, le prospettive di ogni singolo paese da un lato e dall'altro le possibilità anche tecnologiche di poter usare diversi mezzi espressivi per confrontarsi e poter toccare questa realtà, ecco in questa divaricazione si colloca oggi il problema di chi informa. E vi si colloca anche il problema di chi vive nella società. È vero che spesso il descrivere è separato dall'analizzare. Per analizzare non significa necessariamente farlo.
Ho sentito ieri anche nelle domande, nel dibattito del pomeriggio, ho sentito parlare della Somalia scomparsa. Ma non è scomparsa solo la Somalia, dove per altro due nostri valorosissimi colleghi hanno perso la vita e ancora c'è un buco della memoria e un buco della capacità dello stato italiano di fare luce sugli omicidi di Ilaria Alpi e di Milan Hrovatin... La Somalia è scomparsa, ma è scomparso anche l'Afghanistan, come era scomparso il Vietnam. Il Vietnam fu una grande guerra, la prima guerra dell'epoca moderna raccontata dall'informazione e quest'informazione contribuì a far cessare quell'eccidio, quella guerra, perché erano i soldati americani che tornavano nelle famose bare di zinco, che poi alimentavano i grandi networks televisivi americani che furono decisivi per accendere i riflettori su quella guerra. Bene, chi ha più seguito le vicende del Vietnam, dove pure ci furono milioni di morti? Chi ha saputo più niente di quello che accadeva in quel paese, dei problemi spaventosi, enormi di ricostruzione, di riconversione, di internazionalizzazione diversa che per altro hanno portato oggi il Vietnam ad essere un interlocutore del mondo occidentale e degli stessi Stati Uniti? La Somalia, l'Afghanistan, la prima guerra del golfo, non parliamo dell'Africa di cui ci ha parlato don Kizito. I problemi del Kenya, dell'Africa centrale sono moltiplicati anche altrove, eppure sono scomparsi dall'agenda della grande stampa, dall'agenda degli audiovisivi. Ecco, quindi, le guerre dimenticate. Eppure anche in quei posti il multimediale potrebbe consentire delle cose. Vedete, a Rai News 24, pur essendo noi una struttura di un canale soprattutto di post produzione, che tuttavia riceve materiali in tempo reale da tutto il mondo, si integra il web con la televisione. Ecco che Rai News 24 ha i suoi linguaggi, i suoi modelli, tuttavia non abbiamo dimenticato l'inchiesta ad esempio, che sta sparendo dall'agenda dei quotidiani e anche dall'agenda ancora di più dei network televisivi. Dalla guerra del Kosovo e da prima quella in Serbia e in Bosnia, noi abbiamo mantenuto un faro acceso su un problema che può sembrare minore, ma è un problema enorme, quello dei proiettili a uranio impoverito. In questo momento un giornalista di Rai News 24 di grande valore, Sigfrido Ranucci, sta preparando altre 2 inchieste sull'uranio impoverito. Ne abbiamo già fatte 2, una sugli effetti sui soldati che lavoravano allo sminamento e alla distruzione di ordigni nel Kosovo, sui soldati italiani, la seconda sui soldati francesi che hanno lavorato insieme con loro. Abbiamo trovando e denunciando in tutti e due questi settori, queste parti dei due apparati militari, casi di linfomi, di cancri maligni, con una commissione Mandelli che di fatto non ha fatto il suo mestiere, ha lavorato d'intesa evidentemente in piena intesa coi comandi militari, con la Nato e così via. Una di queste due nuove inchieste mostrerà l'intervista con il capo, il generale che ha guidato tutti i reparti italiani nel corso di queste guerre per la così detta bonifica degli ordigni: lui stesso ci ha rivelato di essere a sua volta ammalato di tumore e non è mai stato sentito dalla commissione Mandelli. L'inchiesta con tutti i suoi pregi, i suoi rischi, anche i suoi limiti, rimane uno dei punti in cui il volo dei giornalisti può esprimersi. Allora ecco l'interrogativo del perché oggi siano sempre di meno le grandi inchieste, perché rimangono i grandi buchi neri della memoria, ho citato Alpi, Hrovatin, perché erano due amici, due compagni di lavoro, ma potrei continuare... Credo che nella vostra memoria ci siano tante altre possibilità di allungare questa lista. Vorrei toccare ancora un punto.

La conoscenza e la memoria

Insieme ai due elementi che costituiscono secondo me la filosofia di fondo della professionalità del giornalista - la conoscenza e la memoria - che sono assolutamente inscindibili, intesa la memoria come qualche cosa che sia vivo e che permetta di inserire un evento, diciamo di dare dei progenitori, di far capire da dove viene quel fatto bisogna anche aggiungere dove c'è la possibilità che vada. Quindi il prima, il durante, il dopo. Mi sembra che un accenno di questo l'abbia fatto Paolo Rumiz ieri. Io condivido questo punto come uno dei valori fondamentali, ma c'è qualche cosa di più: ci sono le persone. E allora tra le tipologie del volo, io ne metto una che ritengo decisiva, non solo per l'audiovisivo, ma anche per la carta stampata: far si che la mediazione del giornalista dia sempre voce ai protagonisti, faccia emergere delle storie, narri dei casi, delle vicende, contestualmente descritti. Voi sicuramente avrete seguito nei telegiornali da anni e anni, ad esempio - dico i telegiornali perché è il mezzo d'informazione largamente più diffuso, aggiungo purtroppo, perché se lo fosse altrettanto la carta stampata andremmo certamente meglio anche in questo paese - dicevo, avete mai sentito dire da uno dei quei disgraziati, uno qualsiasi, che approdano a Lampedusa o a Brindisi, o in altre zone del paese qual è la propria storia, da dove vengono, chi sono, dove vanno, perché sono venuti via? Silenzio, sono stai definiti non persone. Così come c'è il silenzio su quello che passano nei campi, perché si tratta di veri e propri campi. Ci sono addirittura delle cause aperte da parte di amministrazioni pubbliche contro giornalisti che hanno tentato di fare luce, di portare qualche immagine dal campo di raccolta in Puglia, o da quello nella stessa Lampedusa. Ecco queste non persone, le loro voci. Allora su questo io credo ci sia una problematica ed è l'ultimo punto che voglio toccare che riguarda in particolare le possibilità dell'audiovisivo, di questi nuovi mezzi di cui disponiamo. In qualche modo, nel volo radente inteso nella sua accezione positiva - quindi un qualche cosa che permette di sfuggire agli ostacoli, di evitare la contraerea e poi di potersi alzare per guardare dall'alto, o atterrare, permettere a chi ha volato di andare a vedere in prima persona - io metto le dirette televisive, che non sono una cosa piccola. Io non ho potuto partecipare al seminario sui pacifismi perché stavo a quello sulle periferie. Spero che sia stato largamente toccato questo punto. Tra i suoi punti editoriali che ritengo assolutamente positivi, Rai News 24 segue in diretta, oltre ad andare tutto in diretta - tranne evidentemente le repliche che in 24 ore su 24 sono assolutamente indispensabili, anche per non far morire di stress tutto l'apparato, sia quello tecnico e sia quello umano - e le dirette hanno un ruolo decisivo.

Noi ci siamo

Tutte, dico, tutte le manifestazioni dei movimenti pacifisti, dalla prima all'ultima, dal G8 valutando che i no global fanno parte di un certo tipo di mondo e di posizione, al social forum di Firenze, alla manifestazione per la pace di Roma, a quelle dei sindacati, sono state da Rai News 24 seguite in diretta, anche quando la Rai non aveva lì le sue telecamere, o aveva pochissime telecamere. Noi ci siamo - ho usato questo termine credo anche altre volte, ma ora lo voglio usare di nuovo - noi ci contaminiamo volentieri. Se esiste su un certo frammento di realtà che può essere seguito in diretta la telecamera di global tv, o di no war tv, o di Emergency noi ci siamo. C'è stata una fase in cui, in alcune manifestazioni, c'è stata anche questa realtà: noi prendiamo e utilizziamo tutto e lo facciamo in forma multimediale cercando di cogliere insieme testimonianze dirette, commenti, voci di esperti e di protagonisti, con tutti i mezzi di comunicazione possibile.Noi stiamo inserendo 10 kit di telecamere digitali con editing informatico - e questo dimostra quanto possano fare le nuove tecnologie - il che centralizza il lavoro del giornalista al di là del fatto che crea una serie di altri problemi, con altre figure professionali, ma questo è un discorso più complesso che verrà affrontato. La tecnologia fa si che il giornalista possa essere a contatto diretto con l'evento e trasmetterlo, montarne gli elementi fondamentali fino ad andare in onda in diretta con tecnologie anche satellitari di ultimissima generazione. Ecco, vedete come gli spunti di riflessione siano moltissimi, voglio soltanto aggiungere un piccolo elemento, un esempio di contraerea. Durante il conflitto in Iraq, io avevo un giornalista a New York, presso Rai Corporation, che si chiama Carlo De Blasio: è un caporedattore della notte, in genere lavora di notte, un giornalista di grandissima qualità professionale, ha lavorato alla BBC, ha lavorato a Bloomberg, si è formato da ragazzo e ha studiato negli Stati Uniti, quindi è bilingue e così via discorrendo. Carlo De Blasio ha lavorato praticamente con una branda piazzata nello studio americano di Rai Corporation, non solo per Rai News 24, ma per tutte le testate della Rai. Ha lavorato per una testata che non vi nominerò finché da quella testata gli sono arrivati degli input che dicevano: non va bene quello che stai facendo, ricordati che questa nostra testata ha una linea filoamericana rispetto alla guerra in Iraq. Ci tengo a precisare che noi abbiamo seguito molto il conflitto in Iraq attraverso il flusso delle immagini che le all news occidentali davano in quantità gigantesca, ma anche con il flusso delle televisioni arabe, al Jazeera, al Arabia, Abu Dabi, cercando di equilibrare in un pluralismo mediatico quello che poteva essere da una parte o dall'altra, una propaganda, un'informazione che debordava nella propaganda. Dal momento in cui a De Blasio sono arrivati input di quel genere io ho fatto comunicati pubblici, ho investito i vertici dell'azienda che mi hanno dato una risposta estremamente relativa, cioè non hanno dato risposta. quel giornalista non ha più lavorato da quel momento per quella testata, che era una testata importante. Quello è un esempio di contraerea contro il volo radente e contro la possibilità, per un grande professionista, di esprimere al meglio come stava facendo per tutto il servizio pubblico televisivo il proprio potenziale.

Don Vinicio Albanesi*

Facciamo il punto della situazione. Diego Della Valle ha parlato della realtà da bravo imprenditore e delle prospettive. Laura Gnocchi ha parlato di tenacia e ha sostenuto una tesi diversa. Questi sono civili ma non è che hanno gli stessi pensieri. una tesi diversa che dice: è possibile volare e ha detto ancora di più, è possibile volare dove il giornalista dice di poter volare. Roberto Morrione dice quasi il contrario. Non si vola, a volte ti impediscono di volare, però ha detto anche: volate, volate perché si possono commettere degli errori, però volate, perché se non volate fate come le porcacchie. Si tratta di una pianta che non si alza, va lungo la terra, in dialetto si dice così. Due ultimi passaggi, poi li lascio in pasto dopo aver selezionato le vostre domande. Vorrei fare una domanda al presidente della provincia di Ascoli Piceno, Pietro Colonnella, e una a Lucio Babolin. Lui come un rappresentante di un ente pubblico: dove vorreste che il giornalismo volasse? Poi lo faccio al mio successore che è tecnologico, e faccio la stessa domanda: dove vorresti che volasse il giornalista, per un interesse pubblico che è dato dalla presenza di un presidente della provincia? Non ci sono altre autorità perché lui è sensibile altri no, la risposta è semplice. Lo dico anche al Cnca, che è una grande, potente organizzazione e al suo attuale presidente per chiedergli dove vorreste che il giornalismo, la comunicazione volasse.

Pietro Colonnella*

Io ritengo importante il volo radente senza però escludere la necessità di innalzarsi e di avere una visione più generale, sono per una sintesi tra queste due possibilità. Il volo radente ci permette di conoscere il territorio in un momento in cui nel nostro paese abbiamo, come è stato detto seppur in termini non assolutamente espliciti ma come sappiamo, una forte concentrazione dei media e dove abbiamo una fortissima concentrazione nella raccolta pubblicitaria, che non permette ai territori di esprimere, di pesare, di contare nella politica, nelle istituzioni, nel sociale. Noi siamo invece in una realtà in cui è anche protagonista il dibattito di oggi, abbiamo due esperienze locali, territoriali, che sono partite come locali e come territoriali e che sono diventate diciamo generali, globali in termine positivo, nuovo, di nuova globalizzazione. L'esperienza di Diego Della Valle nell'economia, un artigianato che si fa piccola industria, media industria e che riesce a interloquire con il mercato prima nazionale e poi internazionale e abbiamo l'esperienza di Capodarco, che nasce con don Franco e poi don Vinicio e che diventa da un'esperienza di una collina marchigiana del piceno, un'esperienza più generale, nazionale e anche internazionale. Io penso che questa sia la metafora anche delle cose rispetto alle quali dobbiamo prendere coraggio: dobbiamo fare in modo che il territorio guidi, sia un attore della nuova globalizzazione, sia protagonista della nuova globalizzazione. Noi abbiamo fatto un convegno qualche anno fa dal titolo significativo "Il territorio come risorsa", perché riteniamo che la globalizzazione non possa essere pensiero unico, omogeneizzazione e omogeneizzazione di gusti, di consumi, di costumi, ma che sia necessario che ci sia un pluralismo e la ricchezza straordinaria delle esperienze del territorio italiano, in particolare, può immettere valori nuovi, specifici nella globalizzazione. Se c'è l'università di Harward che i primi di ottobre ha invitato Giuliano Amato e insieme a lui anche due esperienze importanti quali quella della provincia di Ascoli, me, e quella della provincia di Bologna con Vittorio Prodi, a parlare del modello adriatico di sviluppo, vuol dire che c'è un'attenzione anche nei punti dell'economia globale alla ricchezza, alla specificità dei territori e di quello che può significare il territorio per il futuro di questo nostro pianeta. Una volta si diceva: pensare globalmente e agire localmente. Poi i due termini si possono tra di loro intrecciare. Era una sottolineatura del modo in cui dobbiamo pensare il futuro.

L'informazione come risorsa sociale

In questa iniziativa di oggi, nella presenza di tanti giovani impegnati nell'associazione, nell'informazione, dei territori, dei progetti, delle specificità, di tante situazioni del sociale, ma anche dell'economia, vedo un'energia positiva, un impegno positivo che può renderci meno pessimisti sul futuro che dobbiamo costruire, un futuro in cui ci sia un protagonismo diffuso, in cui anche l'informazione non è propaganda, non è induzione di comportamenti. Un futuro in cui anche l'informazione sia una risorsa sociale e quindi sia un concetto, un passaggio da una produttività prevalentemente e prettamente solo economica diciamo a un'impostazione in cui c'è una produttività sociale diffusa, in cui il sociale non è qualcosa di residuale, un qualcosa dell'elenco dei poveri, ma che sia una funzione di un nuovo stato sociale che oggi non viene neanche più considerato stato sociale nel senso di un intervento centralistico e statalistico. Vedo queste potenzialità, queste possibilità e sono contento che grandi giornali nazionali, grandi gruppi nazionali, grandi giornalisti e industriali che sono accanto a me, conservano ancora questo punto di partenza, questo dato critico, questa voglia di fare, questa sollecitazione a un protagonismo ridiffuso rispetto invece a una tendenza alla passivizzazione e alla televisionizzazione della società, dei comportamenti. Questo lo facciamo cercando di comprimere i salari, i diritti, o lo facciamo all'interno di un progetto condiviso, concertato, diffuso nel nostro paese? Io so che ci sono forze industriali che hanno questa impostazione, però bisogna anche qui che per quello che è possibile vi facciate sentire, perché questo non è nell'interesse di una parte, è nell'interesse generale del nostro paese, che se vuole avere un futuro deve rimboccarsi le maniche nei territori e deve dare anche spazio e forza a tante energie che hanno voglia di fare anche nell'informazione.

Alberto D'Ottavi, freelance*

Mi sono occupato professionalmente di nuove tecnologie informatiche per parecchi anni, me ne occupo adesso per temi personali del mondo etico. La realtà delle PMI italiana è una realtà estremamente importante ed estremamente diffusa - se non sbaglio circa il 70% delle aziende italiane fa parte del settore delle PMI - settore che ha molti esempi di eccellenza come la sua azienda. Ad esempio siamo i primi al mondo nel settore delle cappe da cucina, nei freni per auto e ci sono mille storie di successo di questo tipo. Eppure l'immagine dell'imprenditore italiano è ancora un po' quella dell'imprenditore rapace, del siur Brambilla, della persona dedita all'arricchimento. Questo secondo lei è successo per un problema vostro come comparto di comunicazione, o perché non avete trovato degli interlocutori nel mondo della comunicazione, della stampa, interessati alle vostre storie?

Diego Della Valle*

Secondo me non c'è un brutto risultato della comunicazione degli imprenditori italiani. Ce n'è qualcuno più visibile, qualcuno meno, qualcuno che si è raccontato molto meglio di com'è. Ma insomma questo sta dappertutto. Direi che c'è un'immagine buona per come gli imprenditori poi hanno voglia di farsi vedere. perché c'è tanta gente che non ha assolutamente voglia di essere visibile, che è la vecchia regola, che meno ti vedi e meglio fai. Una regola, questa, che obiettivamente spesso non è sbagliata e debbo dire, che per me che faccio un mestiere visibile e di conseguenza la visibilità fa parte anche, diciamo così, del marketing del mio prodotto, non sempre la visibilità semplifica operazioni finanziarie. Non sempre la visibilità aiuta, perché poi la visibilità, considerando che tutti cerchiamo di darla al migliore, spesso può far immaginare che a uno gli vada tutto bene, quindi scattano piccole ipocrisie umane, diciamo così, anche di antipatia del personaggio. Però io trovo che gli imprenditori italiani sono raccontati bene, sono raccontati anche forse meglio all'estero che in Italia. L'imprenditore che guadagna. E' il suo mestiere, se un imprenditore non guadagna insomma. a meno che non gli capiti sporadicamente, è un cretino. Abbiamo esempi, non di imprenditori privati, ma di manager che amministrano aziende quotate, quindi anche la sua se io compro un'azione, che nonostante siano degli emeriti somari, vengono tenuti in certi luoghi perché il sistema di potere sottostante, proprio per il quieto vivere, non prende la palla al volo e prende a calci nel sedere della gente che sta depauperando il denaro di tutti. Lì ci possono essere un po' di coperture. Spesso capita, a parte qualche caso che meriterebbe vendetta, di noti somari che vengono definiti alla meno peggio, non definiti somari, quando va bene anche dei buoni manager, per il resto debbo dire che la comunicazione della classe imprenditoriale italiana è buona insomma. Poi qualcuno con i giornali ci fa qualche affaruccio, per cui insomma, la commistione tra chi ha i giornali e chi lavora spesso non è casuale. Detto questo è tutto fatto in un modo abbastanza civile. Tieni conto che io qui sono in una sede pubblica per cui non posso dire tutto quello che penso. Te ne posso dire una metà poi tu mettici di tuo per aggiungere l'altra metà.
Sotto l'aspetto del principio non c'è dubbio che io penso che bisogna sostenere tutto il mondo che ne ha bisogno. Questa è banale come risposta. Sotto l'aspetto pratico bisogna poi vedere. Io darei per scontato che le risorse vanno mandate dove ce n'è bisogno, ma bisogna poi vedere se i mezzi ci sono per fare tutto quello che serve. Io distinguerei tra quello che si sta facendo, se si sta facendo il massimo, se si sta facendo bene e tutto quello che bisognerebbe fare.
Credo che una buona parte del sud del mondo, come lo definisce lei, non abbia il problema di agganciarsi, ma quello di sopravvivere.  Allora prendiamo la parte più evoluta del sud del mondo e agganciamola subito. Il resto facciamolo vivere e poi al momento opportuno si aggancia anche quello. Io non credo che ci sia una differenza. Se il nord si sviluppa bene e le risorse sono tante allora più risorse possono andare a quello che lei chiama il sud per riportarlo, prima o poi, ad una condizione simile a quella del nord. Mi pare che ci sono delle aree del mondo in cui il problema è la sopravvivenza, non è agganciarsi a qualcosa, è proprio cominciare a vivere.

Piergiorgio*

Come persona prima di tutto, come ruolo sociale in seconda istanza, qual è la capacità e la possibilità che l'imprenditore ha di incidere secondo la propria e la collettiva percezione di giustizia, nel futuro della società?

Diego Della Valle*

Dipende dall'importanza. Intanto questo di spirito civile che abbiamo tutti alla mattina appartiene a tutte le persone. Poi ognuno in base alla forza, al potere, alla visibilità che ha lo può fare di più o di meno. Quindi dipende molto dal senso civico che l'imprenditore pensa di avere. L'imprenditore può fare molto di più. La persona che ha un ruolo più pesante sotto l'aspetto materiale e non morale - perché la parte materiale non diversifica le persone, è soltanto una conseguenza che non cambia l'atteggiamento che ci deve essere fra la gente - può fare molto di più. Rischia molto di più nel farlo. Voglio dire che lei ha un'idea, è la sua, è una persona anche giovane, fa benissimo a dirla e rimane una sua opinione, poi se è bravo a convincere può solo far bene e svantaggi non ne ha; quando invece si ha una posizione visibile, spesso per essere veramente seri, obiettivi e coerenti, bisognerebbe fare tante cose che però presentano un conto che non so quanti imprenditori sarebbero disposti a pagare. Io vengo da una famiglia che mi ha insegnato che la coerenza, il rispetto, la dignità hanno un valore importante: sarà perché ci credo, sarà perché è un'abitudine a casa mia, cerchiamo di non uscire mai fuori dal seminato e cerchiamo di fare, come dicevo prima, questo mestiere facendolo con determinazione ma senza farcelo contro gli altri. Io pago un prezzo, nel senso ogni entro in rotta di collisione. A me è capitato anni fa, oramai sono cose note, di entrare in rotta di collisione con Mediobanca, quando io ero uno dei consiglieri di amministrazione nella Banca commerciale italiana, perché Cuccia e (...) allora avevano delle idee che non combinavano e io non condividevo. La banca di cui io ero uno dei grandi azionisti - non era mia, aveva 24 mila azionisti, ma non era nemmeno di Mediobanca - e loro volevano si prendessero delle decisioni che secondo me non erano delle buone per la banca. Io mi sono opposto, sono riuscito a convincere un gruppo importante di consiglieri a farlo, è partita quella che secondo me doveva essere una contrapposizione civile ma dall'altra parte si è scatenata una guerra sparando a pallettoni e se non avessi avuto una forza mia, indipendenza economica - il fatto che vendo prodotti in giro per il mondo - non sarei riuscito a combattere quel tentativo che si è messo in atto di darmi fastidio. Perché in quegli ambienti, poi, scattano le lotte. Io avrei potuto, come hanno fatto una buona parte dei consiglieri che non stimo, far finta di nulla, qualcuno dei più ipocriti fanno anche finta di condividere. Ci sono diversi modi di far finta, il migliore è quello che dice: "Va be'. Mi dai un ordine, eseguo". Poi ci sono i più raffinati che dicono: "Mah, io non è che ho preso un ordine, io condivido perfettamente quello che mi dicono, quindi io sono indipendente." L'unico problema è che condividono qualcosa che un mese prima non condividevano per nulla.

C'è un gruppetto che s'è venduto l'anima al sistema

Per risponderti brevemente. Gli imprenditori certo che lo dovrebbero fare. Secondo me quando si arriverà alla fine della carriera sarà stato molto più divertente se si è riusciti ad avere successo tenendo un comportamento coerente e senza vergognarsi di quanto si è fatto. C'è un buon gruppo di imprenditori di questo tipo e ce ne sono altri, invece, che hanno come missione prima quella di capire come fare il più in fretta possibile successo, poi il modo, le regole passano in secondo piano e vengono un po' dimenticate. Non è un buon segnale da dare alle persone giovani e poi ciò porta ad un abbrutimento nel senso che una volta che si accetta la regola è come se avvita una vite senza fine. Ci si ferma solo al limite, quando diventerebbe illegale fare qualcosa, quindi non è il principio che guida, ma è il codice civile, penale, qualche volta neanche quello. Tra le persone, tra gli industriali italiani che conosco e che sono tanti, per fortuna la grande maggioranza è gente solida, coerente, poi ce n'è un gruppetto che s'è venduto l'anima al sistema, di questi qualcuno è notorio, qualche altro in un modo un po' subdolo e sembra un piccolo eroe del sistema. Alla resa dei conti, però, vedi che gente che personalmente vale poco, non ha nulla da insegnarti, non devi pensare che possano insegnarti qualcosa, insomma rimangono delle macchine che fanno soldi, che si fanno una posizione, ma non credo che questo serva alla società civile del futuro. Quindi, per concludere, gli imprenditori potrebbero fare molto, devono avere anche il coraggio di farlo, perché per farlo poi pagano un costo.

Cristina*

Quello che mi premeva era stare un attimo terra terra, tornando al discorso di ieri, al discorso anche della responsabilità sociale d'impresa. A me sembra che la realtà produttiva per esempio in questa regione, sia molto diversa da quella che lei ci ha prospettato e mi riferisco, esempio molto semplice e banale, vicini di casa mia contadini hanno la figlia che lavora a casa e fa le tomaie, (Diego Della Valle: anche mia madre faceva così, non aveva la fortuna di far la contadina che in tempo di guerra sarebbe stato un buon motivo per mangiare tutti i giorni)... si però questa è una forma anche di sotto occupazione che magari non è proprio quella che si definisce una qualità di vita particolarmente.

Diego Della Valle*

No, non sono d'accordo. Dipende, oggi molte donne decidono di lavorare a casa perché hanno famiglia e quindi se sono inquadrate ai termini di legge, secondo me, non è neanche male. Si curano la famiglia, poi qualcuna ha la mamma a casa che ha l'orto.

Cristina*

Ma lei sta parlando di flessibilità del lavoro coerente con un certo criterio, io invece sto parlando proprio di sottoccupazione e di lavoro nero.

Diego Della Valle*

Secondo me il lavoro nero da noi non c'è più. Il punto è che proprio manca il lavoro e non sta più nella cultura della gente fare il lavoro nero. Se qualcuno fa il lavoro nero quando credo che spesso ci sia una volontà reciproca di chi vuole stare a casa, perché oggettivamente si deve seguire una famiglia che altrimenti nessuno gli manderebbe avanti e allora c'è un compromesso tra l'artigiano e la persona. Peraltro io penso che si sia spostato completamente il punto di vista tra il rapporto tra chi lavora e chi porta lavoro?

Giorgio Morbello, giornalista Redattore Sociale*

E' anche un po' a proposito del lavoro, ma anche un po' a proposito del volo radente che ci fa andare veloci, non ci fa vedere quello che è successo anche poco tempo fa. Le chiedo: l'art. 18 che fine ha fatto? Sembrava un vita-morte per gli industriali, oltre che la fortuna di Cofferati, ma adesso come siamo?

Diego Della Valle*

Io non le dovrei rispondere essendo notoriamente in forte polemica con l'attuale presidente di Confindustria, che per fortuna per noi, tra qualche mese se ne tornerà a casa. Non lo condividevo perché era tutta aria fritta come si è dimostrato e si è perso invece molto tempo, tempo e risorse, e si è perso tempo anche nel cercare di coagulare meglio i rapporti tra le parti, che invece si sono in quel momento distanziati, si è perso tempo per pensare alle grandi cose, a come pensare di proporre un progetto che noi definiamo di cooperazione italo-cinese. Insomma, si potevano fare altre cose, questo non è servito a niente, era politica pura e insomma. E' uno dei tanti errori che ha fatto D'Amato, che non sarà per quanto mi riguarda, rimpianto come presidente della Confindustria, il peggior presidente che la Confindustria abbia mai avuto.
C'è un sacco di gente in giro per bene al di là del folklore. Io vedo nei nostri stabilimenti - a parte qualche eccezione - gente che ha voglia di lavorare. Da parte nostra c'è la voglia di cercare di non mollare mai la presa e non far mancare loro mai il lavoro, c'è un rapporto ottimo tra dipendenti, operai, impiegati, dirigenti e questo in Italia fa tessuto industriale, con decine di migliaia di aziende grandi e piccole. I giovani, l'ultima generazione che è arrivata sul mercato del lavoro, è una buona generazione. La mia badava molto al risultato, a vedere cosa si può fare in fretta, mentre i giovani di adesso si propongono al mondo del lavoro con un obiettivo che è fatto di risultato a patto che sia qualche cosa di serio. Vanno a lavorare più volentieri nelle aziende dove c'è un progetto, dove c'è una visione complessiva, hanno un forte senso sociale, non disdegnano alla qualità della vita "umana" anche se vuol dire rimettere qualche lira. Credo che ci sia un bell'umore che non dobbiamo disperdere, non dobbiamo far finta che tutto va sempre storto.

Lucio Babolin*

Nei giorni scorsi sono stato preso da un po' da un'ansia e una preoccupazione che vorrei spiegarvi e cercare anche di dirvi come ho tentato di superarla. L'ansia e la preoccupazione era dovuta al fatto che la settimana scorsa mi ero preso un mezzo pomeriggio per preparare l'intervento di oggi, mi sono letto delle cose, mi sono chiesto: ma il Cnca, i gruppi del Cnca, la gente che ci lavora come vive il rapporto con il mondo dell'informazione, cosa si potrebbe dire a Capodarco, quando vado lì? E poi venendo in treno mi sono riguardato gli appunti che mi ero segnato e mi è venuta la preoccupazione, perché mi è sembrato che non fossero una gran cosa e quindi che le cose che mi ero preparato a dirvi non avessero un grande significato rispetto al tema. Questa preoccupazione si è un po' sopita perché ieri, nel pomeriggio, stavo nel gruppo di lavoro sul giornalismo e numeri: ho visto che Andrea Mancini ha fatto un'opzione, ha fatto una scelta, ha usato power point per sostenere delle cose che mi hanno quasi convinto, una in particolare. E la cosa su cui mi ha quasi convinto è che quando mia moglie viene a casa con la spesa, tutti i giorni o quasi, e viene a casa incazzata, sempre più ultimamente, perché dice: qui i soldi per la comunità, per i ragazzi non bastano più, sono sempre meno, i prezzi, l'euro. E ieri usando dati, numeri, tabelle e power point, mi è stato dimostrato che mia moglie è suggestionata. Allora ho detto: vuoi vedere che se usassi anch'io power point potrei riuscire in un'impresa difficile di quelle che affronterei solo parlando? Allora ci ho provato. Guardate. Rispetto alla provocazione iniziale di Vinicio dell'altro ieri - il titolo volo radente può avere una doppia lettura, lo possiamo leggere al positivo, lo possiamo leggere al negativo - abbiamo visto anche in tutti gli interventi degli amici che si sono susseguiti qui, ognuno ha dato una sua chiave interpretativa. A me la sera del primo giorno mi è sembrato che la maggioranza di noi qui presenti, o quelli che stavano al tavolo, ne davano una connotazione problematica.

Interpretazione problematica del volo radente

Io ho collocato il mio intervento dentro questa collocazione, questa interpretazione un po' problematica del volo radente, cioè mi sono detto: se per volo radente intendiamo la parzialità del dettaglio, lo spot, l'assenza di approfondimento, slogan semplificatori, emozioni facili - perché ormai il volo radente parla più alla pancia che alla testa - se volo radente significa zero in autonomia di pensiero o quasi, se volo radente significa numero e dati non verificati, se è questo, io ho preso questa parte d'interpretazione sapendo che è parziale, se è questo allora molti in sala dicevano: a volar basso siamo costretti! Non è una scelta facile volare radenti in modo diverso o portarsi sul volo alto, forse a questo volo basso siamo costretti - si tentava di porre alcune delle cause - e si diceva l'intrusione della politica. Franca dice: ma l'intrusione della politica oggi c'è n'è molto meno. Lei ha più elementi di me per dirlo probabilmente rispetto alla stampa, se io la guardo dal punto di vista del privato sociale, del volontariato, mi sembra che l'intrusione sia molto più pesante, è molto pesante ancora, che però controllano spesso il rubinetto delle risorse. Poi si parlava del dominio dell'economia e di una richiesta forte di omologazione di pensiero unico. Al volo radente probabilmente siamo obbligati. Però, vi dicevo, è forse un'eccezione del mondo dell'informazione? Io credo di no, a me sembra di poter dire che questa situazione è la situazione operativa di tutte le persone ma in particolare penso al mondo del privato sociale, della cooperazione sociale, dell'associazionismo. Credo che sia una condizione che si trovano a vivere tutti i giorni persone che hanno scelto - da volontari, da operatori sociali, da educatori - di giocarsela su un terreno minato che è quello della relazione con le persone, che è quella del poter interagire con la costruzione del pensiero, che è quella della possibilità di creare relazioni sociali e influire sulla qualità della vita della gente. Allora probabilmente queste persone, quelli che vivono in queste frontiere, questo condizionamento di richiesta di omologazione di pensiero unico, lo sentono molto di più, lo vivono molto più pressantemente però è un problema di scenario politico culturale complessivo, non è solo un problema di chi lavora nel volontariato, nel mondo dell'informazione. È la cultura complessiva forse che ci chiede omologazione, una certa modalità operativa. Allora chiediamoci cosa ci aspettiamo noi dall'informazione e dalla stampa? A me sembra che sia importante - ma può darsi appunto che qui vada anch'io sui luoghi comuni e semplifichi troppo - chiederci: qual è questo contesto culturale dove noi siamo immersi che ci condiziona così pesantemente? È il tempo dell'insicurezza e della paura. Molti sociologi ricercatori ce lo dicono. Contrariamente a quello che potremmo pensare in un mondo globalizzato, noi stessi, il cittadino medio, la gente, spesso si sente aumentare la sensazione di insicurezza, di rischio, di essere diventati vulnerabili e se è così - vado anch'io molto a volo radente - viviamo in una società che è alla ricerca di rassicurazioni. Se ho paura ho bisogno di dare un'interpretazione della mia paura, di individuare la causa della mia paura, perché individuare la causa mi rassicura. Siamo tutti alla ricerca di rassicurazioni e le rassicurazioni oggi sono prevalentemente creazioni di stereotipi, categorie interpretative semplici, luoghi comuni. Una delle motivazioni che si danno alla paura della gente oggi, spesso, è che la causa della nostra vulnerabilità sono alcune categorie sociali. L'esempio classico sono gli immigrati rispetto al tema della sicurezza delle città e dei nostri paesi. In genere però la nostra vulnerabilità, la nostra paura è attribuibile ai così detti deboli, alle persone sole, ai deviati, che se li facciamo rientrare nella norma, non solo abbiamo trovato l'interpretazione alla nostra preoccupazione, alla nostra ansia, alla nostra paura, ma trovando la causa, se interveniamo sulla causa, li facciamo rientrare nella norma, risolviamo anche le nostre preoccupazioni e ansie.

Stai dentro o fuori?

E, guardate, a me sembra che oggi la politica abbia assunto un ruolo di rinforzo, cavalchi questa interpretazione, abbia sposato questa cultura dominante, la condivida e la usi. Allora la domanda di fondo che ci viene posta è: dentro questo scenario tu stai dentro o fuori? Tu come la pensi? Forse è il caso che tu condivida oppure no? Condivida il pensiero unico? Condivida lo stare dentro l'impero? Condivida il fatto che l'economia governi il tutto? Questo credo sia richiesto, è una delle domande che viene posta a tutti in genere. E allora i media? Io mi sento di poter dire - poi ripeto anche qui ognuno ha il suo punto di vista e il suo modo di vedere, poi magari ci si confronta anche - che i media rinforzino l'ordine sociale, quest'idea di ordine sociale, perché spesso i media hanno visioni e credenze di tipo tradizionale, perché loro stessi spesso stanno dentro la semplificazione e rifuggono spesso e volentieri la complessità, perché spesso hanno assunto il tema dell'individualismo, del liberismo, dell'economia al centro, quindi di mondi morali conformisti, come punto di riferimento. E allora provate a pensare alla descrizione che si fa, ad esempio, delle così dette persone che vengono classificate come devianti. Nella cultura generale, anche della stampa, spesso non si coglie il fatto che la loro vita è un processo in evoluzione, non è una situazione statica che non si modificherà mai. Molto spesso vengono descritti come non possibili e capaci di processi evolutivi. Molto spesso si dimentica che il deviante così detto, ha una pluralità di appartenenze, non appartiene solo al mondo della devianza, appartiene anche al mondo della normalità, mentre invece lo si descrive spesso e volentieri come appartenente solo al mondo della devianza. Molto spesso non si ha l'attenzione a percepire i suoi problemi come legati al sistema, ma lo si individua come problema di tipo individuale, è un problema suo, non è un problema del contesto la sua devianza. E allora le cause della devianza sono la colpa individuale, sono la predisposizione innata ad essere deviante, possono essere la cattiva educazione scolastica o familiare, le cattive influenze dell'ambiente, il contagio con altri devianti e io ho l'impressione spesso che il nostro modo di dare informazione cavalchi questo stile interpretativo che va un po' per la maggiore. Uno stile interpretativo che tende a dire che le persone devianti lo sono o perché hanno fattori genetici che lo fanno diventare così, o perché hanno problemi di natura psicologica o relazionale, o perché sono dei disgraziati e se la cercano. E, guardate, l'altra impressione che io ho è che spesso una certa scienza venga usata per rafforzare questo senso comune. C'è una scienza di moda che rafforza l'orientamento a politiche di controllo. A volte anche nella stampa si leggono interviste all'esperto, o si guardano, si vedono alla televisione, c'è un rafforzamento tra sistema dei media e sistema della così detta scienza, che tende ad omologare questa interpretazione, a rafforzarla. E da questo punto di vista mi sembra che i media abbiano normalmente un ruolo fondamentale, perché sono imprenditori morali, trasmettono e alimentano sentimenti, possono trasmettere e alimentare sentimenti di paura e di incertezza. Ma possono anche alimentare il conflitto contro i devianti. Molto spesso i conflitti contro i devianti sono alimentati da un discorso pubblico che interpreta, legittima, promuove questo tipo di lettura e di scontro. Molto spesso abbiamo definizioni pubbliche prodotte anche dai media e legittimate dagli esperti. A volte anche, forse, i media forzano i partiti e i gruppi di pressione. Quando individuano alcune questioni le fanno diventare campi di rilevanza problematica molto significativi, forti, e da lì potrebbero ripetere definizioni di tipo allarmistico. Mi vengono anche alcuni esempi. Uno fra tutti: non so se avete seguito. Io lavoro con i minori. Mi ha molto impressionato una serie di trasmissioni del Maurizio Costanzo, serali, sul tema del bambino strappato alla famiglia per colpa dei servizi... lì a me è sembrato di cogliere proprio un'operazione di questo tipo, cioè quella di una scelta, di selezione di un problema rispetto al quale utilizzare la pressione anche nei confronti della politica per costruire campi rilevanti, per dare definizioni in quel caso allarmistico. E il sistema politico è lì in agguato. Allora, è questo il modo di planare dei media oggi? È la domanda che io mi sono fatto. A volte ho l'impressione che questo sia il modo prevalente, perché a volte mi sembra che sia un volare con il pilota automatico ben inserito. Rispetto al volo, allora i programmi sono determinati da qualche altra parte, il ruolo del pilota non conta più.

Il sistema è modificabile o no?

Ieri mi sembra si diceva: ma chi sta con le chiappe sempre seduto come può fare per non essere inglobato? Il sistema è modificabile o no? È possibile almeno trasformare il volo radente in opportunità? Esiste uno spazio di "controinformazione", io lo chiamo così usando una terminologia forse un po' superata? Io non credo - e anche qui do una mia chiave interpretativa ovviamente - che questa azione sia possibile sul macro oggi. Mi sembra molto difficile sul macro e mi sembra un ruolo che può essere più attribuibile, forse, a categorie professionali molto forti, molto alte. Penso a giornalisti di rilievo significativo. Rumiz ieri faceva alcuni ragionamenti rispetto al fatto che diceva...prenditi su l'autobus, vai a girare. Io mi dicevo: si va bhe', forse lui se lo può permettere, non so se il giornalista medio può permettersi di prendersi ferie per fare ciò. La domanda era: ma allora chi lavora nell'informazione quotidiana sul macro quanto può influire? Io credo che sul macro abbia poche possibilità d'influenza oggi, mi ponevo più il problema se non possiamo stare sul micro. Siccome la stragrande maggioranza di chi fa informazione non sta sui grandi mezzi di comunicazione nazionale, sta sulle piccole testate, sta sulla dimensione locale, sta sulle piccole TV, allora a me francamente sembra che lì qualche spazio, qualche varco di maggior possibilità potremo tentare di aprirlo, senza rinunciare ad interagire con il mondo della stampa nazionale. Io penso a tutti i nostri gruppi del volontariato, dell'associazionismo, della cooperazione sociale distribuiti capillarmente nei territori che stanno in relazione con molti operatori dell'informazione, con i quali dialogano quasi costantemente tutti i giorni. Mi chiedevo se tra di loro non potrebbe scattare un'alleanza che punti a fare in modo che questo volo radente sia un po' meno a pilota automatico e un po' più a condizione di capacità di uso del mezzo da parte del pilota. Possiamo usare approcci diversi ai problemi e alle persone se accettiamo questa sfida e non è detto che scrivere solo 5 righe a volte rilasciate da un responsabile di un'associazione di volontariato abbia lo stesso effetto se lo scrivi in un modo o se lo scrivi in un altro. Allora, a volte anche l'approccio ai problemi e alle persone, parole adeguate e rispettose, stili relazionali e redazionali che risaltino anche un certo modo di fare volontariato, associazionismo, cooperazione sociale, che esalti gli aspetti anche positivi del lavoro che si fa, immagini capaci di messaggi altri, citazioni di persone e di organizzazioni - perché a volte un altro rischio che si potrebbe cogliere è quello che si usano le informazioni che vengono da questi mondi per fare l'articolo senza citare la fonte - credo che tutto ciò possa essere interessante dal punto di vista di costruzione delle modalità di comunicazione.

Anche la scelta dei luoghi della professionalità quotidiana: io credo che un giornalista possa anche scegliere legittimamente di sopravvivere esercitando la sua professione portandosi a casa lo stipendio e decidere anche la militanza attiva in altre organizzazioni, può anche dare la disponibilità sul canale delle informazioni che sta dentro ad organizzazioni del privato sociale, della cooperazione sociale, del volontariato. È uno spazio importante su cui noi ci aspettiamo, in genere, forme di collaborazione, di cooperazione. Io mi fermo qui dicendo sostanzialmente una cosa: secondo me per un volo radente a pilota inserito, il micro può essere una dimensione di sperimentazione interessante e per micro intendo appunto questi luoghi dove può esserci l'incontro tra chi lavora in questi mondi e chi esercita la professione dell'informazione. Naturalmente, è necessario valutare assieme cosa è più opportuno, cosa non è più opportuno, accettando reciprocamente di rinunciare un po' alla sensazione, allo sbattere la persona in prima pagina, trovando anche il modo e il come. Io credo che dove abbiamo tentato abbiamo avuto anche degli effetti positivi che potrebbero indurre dal micro anche una contaminazione del macro.

Laura Gnocchi*

Forse devo chiarire meglio il mio discorso. Il mio discorso era prendere un punto della professione, perché diciamo che non sono così ingenua da non capire che le difficoltà in questa professione sono tante. Certamente c'è un problema di libertà, c'è un problema di concentrazione. Io credo che però se uno comincia a girare su questa pista ed entra in questo casino sa le regole che ci sono e le alternative sono due: o le si accetta, o le regole ti stritolano perché il ragionamento è: poiché non posso cambiare il mondo non cambio niente. Allora credere di cambiare il mondo con la nostra professione è molto bello, bisogna coltivarlo, però non è del tutto vero. In questo io non sono d'accordo con Roberto perché non credo che l'inchiesta non esista più, l'inchiesta esiste e come! Esiste in Tv, esiste sui giornali, esiste l'inchiesta per esempio sugli immigrati, mi ricordo l'inchiesta fatta dal Corriere della Sera che fece chiudere il Centro di accoglienza di via Corelli, che era una roba scandalosa. La Gabanelli secondo me fa inchieste, tu stesso, Rai News 24 fa inchieste, noi a Repubblica facciamo inchieste. Telecom Serbia fu un'inchiesta, quindi ci sono anche inchieste. Abbiamo investito per far inchieste. Ne abbiamo fatte sugli immigrati au contraire, dando voce a storie. Noi facciamo quello che redazionalmente viene chiamato fame-sete-tristezza. E questo è un altro problema. Nella redazione di un giornale arriva una serie indistinta di servizi che raccontano il dolore del mondo e personalmente devi decidere di scegliere, di scremare, di appassionarti allora ci sono due strade: o si decide di non giocare, perché tanto poi ti censurano, ti bocciano le idee, oppure si decide di giocare. E' per questo che parlo di responsabilità personale, di non fermarsi. Credo che l'inchiesta esista, per tornare al discorso, ma forse non gliene frega niente a nessuno dal punto di vista dei lettori. Io ritengo che sia sbagliato chiedere al giornalismo un ruolo di supplenza. Il giornalismo non può fare quello che non fa lo stato, non fa la magistratura, non fa la polizia. Per questo ritengo che sia un lavoro personale, quotidiano, di testimonianza, di non cedere, perché è uno dei mestieri che espone al grado massimo di frustrazione. Io mi occupo di cose molto importanti, le faccio arrivare su un giornale dal più piccolo al più grande e alla fine non ottengo niente, non gliene importa niente a nessuno. Pensare di far cadere un governo, o risolvere il problema della fame nel mondo è un approccio sbagliato nel nostro mestiere. Con il nostro mestiere non si fanno cadere i governi e non si vince la fame nel mondo, ma ci sarà 1 lettore, o due, o tre che cambieranno idea e quella è una grandissima vittoria.

Il sistema vince

E' per questo che ritengo si debba andare avanti senza farsi stritolare dal pensiero che tanto il sistema vince. Il sistema vince, lo si sa. Il tentativo è di non farlo vincere. Dopo di che, per quello che riguardava ciò che dicevi tu, è vero che c'è è più facile andare sulle fonti certe, è più facile usare le cose preconfezionate, è più facile e a volte è necessario, perché a volte c'è una tale velocità per quello che poi riguarda la televisione, per quello che riguarda i quotidiani, nei settimanali si è già un po' più colpevoli, allora a volte è gioco forza, però non è dappertutto così. Il ragionamento è: la televisione è un altro grandissimo grado di frustrazione. Ti occupi di alcune cose poi arriva Striscia, si occupa della stessa cosa e bumm!! Diventa un problema. Ciò non è una da demonizzare o non demonizzare, è qualche cosa con cui fare i conti. Quello che arriva sui giornali ha meno importanza di quello che arriva in televisione. La televisione, in quel discorso di analizzazione, di rassicurazione è, secondo me, molto più colpevole di quanto non sia la carta stampata. Poi la carta stampata ha la difficoltà a convincere più gente di quella che già ha convinto, tanto è vero che i quotidiani dalla fine della guerra a adesso vendono sempre le stesse copie. Costanzo è certamente più responsabile nei media di quanto non sia responsabile io, perché raggiunge una quantità di gente enormemente superiore, quindi le semplificazioni di Costanzo sono dannose, sono e restano di Costanzo, non sono mie. Il ragionamento globale sui media è sempre un pochino rischioso, perché secondo me ci sono anche lì i buoni e i cattivi. Ci sono quelli che, in maniera imperfetta cercano di fare del loro meglio e ci sono quelli che per definizione se ne fregano. Un'altra cosa, poi concludo, credo che ci sia un altro problema per quello che riguarda la comunicazione che arriva da chi ha bisogno della comunicazione, spesso non arrivano i problemi, arrivano i macro temi no? Allora c'è disagio mentale, c'è l'emarginazione, e credo che il giornalista che sta volando, intanto che vola fa una cosa, ne fa un'altra, rischia di perdersi, ma spesso non per cattiva volontà, come dire. non ce la fa a concentrarsi. Credo che da questo mondo, appunto, non essendoci qui solo giornalisti, ma anche operatori del sociale, a questo mondo debba arrivare un'informazione un pochino più professionale, precisa. Io vi faccio un esempio solo per chiarire. Medici senza frontiere Inghilterra ha fatto un lavoro secondo me straordinario: ha fatto i 6 gradi di separazione tra una malata di Aids del Malawi e il presidente della Glaxo, parlando dell'accesso ai farmaci a prezzi. Allora lì diceva: guardate che parlare di Aids e di farmaci a prezzi accessibili non vuol dire parlare di un macro tema, per cui non si capisce di che cosa, vuol dire che tra questa signora a cui sono morti il marito e la figlia e questo signore che decide del suo destino vi sono solo 6 gradi di separazione. Io ci ho scritto 6 pagine su una cosa del genere, 6 pagine e mi sono state approvate... Credo che da parte di chi opera nel sociale ci sia anche bisogno di riportare a qualcosa di più giornalistico in maniera che colpisca prima di tutto il giornalista che lo realizza ma colpisca anche il lettore. Tradurre un argomento in facce, in persone, in storie è certamente meglio che dire: tutti gli uomini devono essere uguali, tutti gli uomini devono volersi bene.

Roberto Morrione*

Io vedo progressivamente salire il bicchiere mezzo vuoto in questo paese e quindi voglio sottolineare l'allarme rispetto a questo aspetto della realtà. E' evidente che esiste anche un bicchiere mezzo pieno, però per precisare ulteriormente. Si parlava dell'inchiesta. Bhe', è verissimo che ci sono delle inchieste, ci mancherebbe altro, l'inchiesta è un fondamentale del mestiere dell'informare e nessuno può rinunciare a una parte del proprio corpo, quindi anche sul terreno del rapporto con il pubblico qualche inchiesta bisogna pur farla. Però non è vero che sia il pubblico a non gradirle. Ad esempio, quando Rai News 24 sta per rimanere su un'esperienza concreta, ha potuto fare delle inchieste e ne abbiamo fatte molte, ne stiamo facendo adesso. Citavo la quarta, quella dell'uranio impoverito: anche nelle nostre precedenti inchieste abbiamo esaminato il drammatico caso dei militari contaminati. Adesso l'inviato è andato a vedere che fine hanno fatto, dove stanno quelle popolazioni del Kosovo che sotto i bombardamenti, sotto le minacce della polizia etnica e così via hanno fatto delle trasmigrazioni interne all'interno di quei paesi. Conosco bene il lavoro eccellente della Gabanelli e tuttavia non è il pubblico che rifiuta, è che di inchieste ne vengono fatte fare poche e le tipologie editoriali che ad esempio la Rai sta mettendo in campo non sono basate su un modello d'informazione che invece, a mio parere, segue altre strade dei condizionamenti, qualche cosa di già visto. I telegiornali della Rai, come anche per altro quelli di Mediaset, hanno a mio parere un encefalogramma sempre più piatto, in questo momento hanno perso anche un gusto di trovare degli spunti. Il fatto che sia Striscia la notizia a dover gestire un tentativo di approfondire la realtà, secondo me non è un fatto positivo, è un fatto molto grave. Significa che c'è una confusione anche di linguaggi, di ruoli che non è positivo.

L'opinione pubblica chiede informazione di qualità

Io credo, invece, che l'opinione pubblica chieda esattamente dell'informazione di qualità. Quando noi abbiamo fatto delle inchieste, ne cito solo alcune, oltre a quelle sull'uranio impoverito, sull'aereo Amx, l'aereo che cade: è un aereo da caccia che ha già fatto una decina di morti e il ministero della difesa sosteneva sostanzialmente errori dei piloti mentre si tratta di un aereo strutturalmente sbagliato, dove ci sono grandissimi interessi industriali, c'è dentro la Fiat Avio, c'è la grande industria brasiliana, c'è l'industria aeronautica inglese. Noi abbiamo fatto un'inchiesta, dopo di che c'è stata una tale messe di interrogazioni trasversali in parlamento di tutti i partiti, che hanno tolto quell'aereo dalla dotazione dell'aviazione militare italiana e il ministro della difesa Martino fece anche una dichiarazione dicendo: ora siamo più deboli. Come se - speriamo di no - da Al Qaeda potessero venire attacchi di bombardamento contrastabili con quell'aereo. Ma qui entriamo in un altro discorso. Quando abbiamo dato quelle inchieste a Rai 3 in chiaro, anche noi trasmettiamo in chiaro ma solo di notte, per il resto siamo sul satellite - sono state chieste queste inchieste da "Primo Piano", trasmissione di approfondimento del Tg3 - mediamente hanno fatto molto più pubblico di quello che fa normalmente "Primo Piano". Questo per dire che un'inchiesta è capace di incidere. L'abbiamo fatto per i crimini del fascismo e del nazismo rimasti impuniti, il famoso armadio della vergogna che è rimasto per 30 anni con le ante in apertura rivolte verso il muro negli archivi del ministero della difesa, con dentro migliaia di documentazioni su crimini di guerra fatti da fascisti e nazisti in Italia, tutte assolutamente impunite. L'abbiamo fatto sui rifiuti bellici gettati in pieno adriatico, con problemi di inquinamento, problemi molto massicci. L'inchiesta di per sé paga, io sono assolutamente convinto di questo. Ce ne sono troppo poche, non è casuale, io credo che anche sul terreno dei modelli formativi bisognerebbe fare qualche cosa di diverso, perché oggi i telegiornali analogici seguono degli schemi assolutamente insopportabili, gestendo lo stesso nucleo di notizie, con gli stessi rapporti con i poteri che contano, con i palazzi, come si suol dire, sempre con lo stesso stock di notizie, per cui uno si confonde mediamente con l'altro, tranne evidentemente qualche eccezione. Ecco allora. nuovi modelli, linguaggi, multimedialità capacità di aumentare il numero delle fonti attraverso la multimedialità, questa è una risposta che farebbe aumentare il bicchiere mezzo pieno, che per altro ripeto, non è mezzo pieno, sarà forse pieno. E' difficile quantificare. Ma per un quarto rispetto a quello che è vuoto e si potrebbe invece riempire. Per le dirette è la stessa cosa. Se noi facciamo la diretta del social forum a Firenze, o delle manifestazioni pacifiste di febbraio a Roma, costretti a prendere ciò che qualche sparuta telecamera di No war tv, o di Global tv, ci può dare a compendio e integrazione di quei piccolissimi pullman che la Rai piazza per far vedere magari la partenza e l'arrivo, certamente c'è un meccanismo che non va. Ci sono delle scelte di tipo politico-editoriali, perché questa è la realtà che non sfugge a nessuno di noi. Dopo di che sono d'accordo con Laura - ma credo che su questo non ci sia neanche da spendere delle parole - è evidente che ciascuno poi deve fare al meglio il suo lavoro là dove si trova.

Le responsabilità dei grandi network

Per il giornalismo lo si fa cercando altre fonti, facendo verifiche, integrando le fonti internet con le fonti d'agenzia normali, cercando sul territorio anche al limite telefonicamente testimonianze, ricevendo in un circuito qualche cosa di particolare, è un lavoro creativo che per altro rientra in una professione di per sé estremamente mobile, dove c'è la possibilità di cambiare, di cercare opportunità migliori. Ovviamente questo comporta delle responsabilità anche dei grandi network, dei grandi giornali, anche della stampa locale. Qui inserisco un ultimo elemento che volevo porre ed è quello del territorio. Quando abbiamo fatto ieri mattina l'interessante seminario con don Gino e Radio Popolare - adesso è andato via il capo redattore di Radio popolare, che era uno dei relatori - è venuto fuori un fenomeno di grandissimo interesse, ma anche preoccupazione. Il giornalismo sta ritirandosi dal territorio. Il giornalismo come dire da un lato istituzionale, dall'altro di broadcast, di grandi organizzazioni, di network. Prendiamo ad esempio la Rai che ha 20 sedi regionali. Io vedo qui dei colleghi, anche molto bravi, che conosco da tempo ed ognuno ha i suoi notiziari regionali televisivi, i suoi notiziari radiofonici. Bhe' esiste su quel territorio sempre o quasi sempre una realtà di radio locali, di tv locali, di qualche volta televisioni di strada, che è una realtà assolutamente nuova: dotandoli di mezzi, di risorse, quindi con degli investimenti che richiedono scelte strategiche anche da parte del servizio pubblico, io credo che ciascuno di questi centri potrebbe diventare ben più di quello che già è, con ricerca di nuovi linguaggi, con nuove risorse tecnologiche da poter usare, videocamere affidate direttamente ai giornalisti, è un punto di organizzazione, di riferimento, di straordinaria forza. Le televisioni di strada, ad esempio, sono una realtà con cui bisogna fare i conti. Io ho detto prima: mi contamino volentieri: faccio qualche esempio concreto. Ho visto nella selezione del premio giornalistico Ilaria Alpi, che è molto interessante, che abbraccia la produzione del locale, ho visto che ha vinto - io gli ho il voto molto volentieri, nella sezione dei notiziari brevi - uno dei lavori più interessanti. Era un piccolo cammeo, lo voglio definire così, di due minuti e mezzo, tre, di Orfeo tv, la tv di strada più importante di Bologna, che era intitolato: "I ragazzi di Mostar si drogano". Titolo estremamente provocatorio, perché uno andava a vedere il servizio ed era un piccolissimo reportage, fatto con pochissimi mezzi a Mostar, di una cooperativa di ragazzi di Mostar, che si drogano. Ecco la provocazione. Come? Mettendo su un'attività che permette di salvare gli abeti sotto Natale e di recuperare gli abeti che vengono espiantati a migliaia in quel posto come per altro in Italia. Una testimonianza straordinaria. L'abbiamo presa, l'abbiamo trasmessa, abbiamo degli stage anche con le televisioni di strada. Tra parentesi, chi dei presenti vuole nella prossima stagione professionale fare degli stage a Rai News 24 noi accogliamo tutti, li facciamo lavorare sul serio, io li accolgo con la frase di Churchill: lacrime e sangue. Loro lavorano, fanno tutto fuorché andare in video, perché questo non lo potremmo fare dal lato aziendale, ma quando escono hanno le ossa un po' rotte, come normalmente hanno i giornalisti di Rai News 24, ma hanno imparato qualcosa, sperimentato tecnologie, percorsi, contenuti. Ecco, io mi limito a questo: la mia analisi non è un soffocamento di speranza, a mio parere è una realistica analisi della situazione del confronto di forze in atto, ma insieme l'invito a fare fino in fondo tutto ciò che ciascuno può fare.

Corrado Fontana*

L'intervento della signora Gnocchi non mi è piaciuto per un motivo e le spiego. Mi sembrava che facesse un discorso di buoni e cattivi. E' vero ci sono i buoni e cattivi, senza sostenere molto i buoni e accettando troppo i cattivi. I malcostumi ci sono, lo sappiamo tutti, ma un direttore dovrebbe essere quello che evita che si compiano, oppure deve essere quello che difende i propri giornalisti. Non sono direttore, non lo sono mai stato e forse non lo sarò mai, però per quello che ho capito dagli interventi invece del signor Morrione la situazione può capitare. E quindi volevo chiederle proprio questo, se non è il caso di fare comunque una scelta di campo poi vedendo nel dettaglio le situazioni. Poi chiedo a tutti e due: i casi eclatanti di poca libertà dei giornalisti, casi classici ovviamente bisogna citarli, Biagi, Santoro, Luttazzi. Sono la punta dell'iceberg, o sono semplicemente un elemento che dovrebbe far riflettere tutti gli altri? Perché se puoi dire a Biagi di non venire a quel punto figuriamoci tutti quelli che non sono Biagi. La terza cosa è, l'ha già detto Morrione, che l'inchiesta io credo proprio che interessa tutti, purtroppo Report ha fatto solo 6 puntate.

Vella, Rai Net News*

Da una parte c'è Morrione che lancia e rilancia il vecchio strumento dell'inchiesta giornalistica, dall'altra parte c'è Laura Gnocchi che vorrebbe pesare un po' questa rilevanza dell'inchiesta giornalistica. La domanda devo farla bene per forza, speriamo che sia intelligente, sennò don Vinicio non è contento e forse potremmo trovare un punto di mediazione e la domanda potrebbe essere questa: che differenza c'è secondo voi fra l'inchiesta giornalistica e il racconto giornalistico? Forse il racconto giornalistico oggi è la chiave per fare un'inchiesta giornalistica: prima l'inchiesta aveva un senso perché c'erano delle notizie che non si sapevano, oggi di notizie ce ne sono tante, troppe e le persone pensano di sapere, in verità non sanno molto, perché orecchiano tutto e si sa poco. Che c'è stato l'uranio impoverito in Bosnia l'abbiamo orecchiato tutti, quanto ce n'è ancora e di chi sono le responsabilità diventa a questo punto quasi secondario saperlo ed io sono convinto che la buona chiave per raccontare la storia dell'uranio impoverito oggi non è raccontare quanto uranio impoverito c'è. Anche, ma a partire dalla storia di questo responsabile ufficiale che probabilmente prima ha difeso la sua categoria e oggi si trova malato e raccontare la sua storia. Quindi la domanda è: non sarà che il racconto giornalistico degno, professionalmente qualificato come lo chiede la Gnocchi è, oggi, un po' il volto postmoderno della vecchia inchiesta giornalistica? Non sarà questa?

Laura Gnocchi*

Intanto si vede che siamo in un ambiente di giornalisti perché siamo già arrivati al titolo: Laura la pensa così, Roberto la pensa così. No, questo è un titolo e va bene per semplificazione. Ora io so bene che ci sono i buoni e i cattivi, per lo meno quelli che io considero i buoni e i cattivi. Non giustifico i cattivi e prima ho detto: è difficile che la professione si mantenga pulita quando tutto quello che ci sta intorno pulito non è. Se vogliamo dire che le concentrazioni sono un male, dico che le concentrazioni sono un male, se vogliamo dire che non esistono gli editori puri è un male, quindi ci sono editori che hanno interessi, è certamente un male. È certamente un male per quello che riguarda l'editoria.. forse un male inevitabile, però il fatto che le aziende editoriali siano quotate in borsa è forse anche peggio dell'editore non puro, perché la borsa richiede altro che volo radente, chiede tutto, subito e molto velocemente. Allora una volta quando un editore pensava un giornale, pensava di dare dai 5 ai 7 anni di assestamento, perché è chiaro un giornale all'inizio è in perdita, non esiste giornale che recuperi l'investimento nel giro di un anno, di due. Adesso molto è dovuto al fatto che i managers editoriali devono dare pane, carne a chi ha investito, è difficilissimo che si investa per più di 2 anni su un giornale, o vai o muori, o va o muore il giornale e i giornalisti insieme, se va di fortuna ti riciclano in un grande gruppo, sennò no. Allora io non volevo catalogare buoni e cattivi. Il mio era un tentativo di spostare un discorso da massimo sistema a minimo sistema, perché stando solo sui massimi sistemi dicendo: "ci sono i cattivi di qua e ci sono io dall'altra parte" il rischio di abbandono, di dire: "io non ce la faccio" forse è più alto. Lo davo quasi per scontato il fatto che ci fossero i buoni e i cattivi. Non so se ti ho risposto. Qui, però, siamo anche in un ambiente un pochino più scelto, c'è tanta gente che magari non abbandona, ma che si adatta, che diventa conformista. E' comunque un rischio altissimo. Invece sul discorso del racconto e dell'inchiesta. forse diciamo che una volta c'erano molti meno mezzi ed era forse più facile fare un'inchiesta che trovarsi delle notizie. Adesso trovare una notizia è una specie di araba fenice, anche per motivi molto poco nobili, nel senso che una volta le notizie erano molto più manovrate. Le notizie ai tempi dei pistaioli. I pistaioli adesso non ci sono più, però in passato si aveva avevi un canale aperto con i servizi e arrivavano delle notizie. Adesso non è più così, come non è più così con la magistratura, cioè le fonti delle notizie sono molto più aperte. E trovare delle notizie - credo sia quello per cui partono tutti - secondo me è molto più difficile, perché le notizie vengono bruciate tutte più facilmente.

Roberto Morrione*

Inchiesta e racconto. Io credo che il racconto sia un fondamentale del mestiere del giornalista, il racconto è insito, è connaturato con l'informazione. Far parlare, descrivere e far parlare i protagonisti dei fatti è l'unico modo possibile di fare del buon giornalismo normale. Il fatto che lo si faccia pochissimo denota che quei fenomeni di deviazione sono arrivati molto in profondità. L'inchiesta è un'altra cosa. L'inchiesta è o trovare come diceva adesso Laura, la notizia nuova, cercare di farla venir fuori, creare un punto di attenzione che finora è rimasto sconosciuto, o - e credo sia nel caso del nostro paese - l'occasione migliore di fare inchiesta, prendere i buchi neri, prendere tutto ciò che non è stato mai descritto e che invece ha dentro di sé delle cose che sono state nascoste. Questa è la tipologia pura dell'inchiesta nel nostro paese e occasioni di questo tipo ce ne sarebbero infinite. Io vi ho citato solo quei 3-4 casi. Quando un nostro giornalista ha ritrovato l'ultima intervista di Paolo Borsellino fatta e mai trasmessa dalle televisioni, né in Italia, né in Francia - che era stata commissionata e per la quale c'erano i due autori, i due freelance che l'avevano fatta - la tematica di quell'intervista che era il problema del riciclaggio del denaro sporco attraverso circuiti finanziari imprenditoriali del nord e la figura di un uomo che è stato fatto saltare in aria due mesi dopo quell'intervista, non è cambiare la realtà, è fare il proprio mestiere. In un qualsiasi paese del mondo, quello è un documento eccezionale dal punto di vista del contenuto, dell'analisi, dell'umanità e del personaggio che è caduto su quella strada per lo stato italiano - che tra parentesi era un uomo che aveva idee per esempio personali molto diverse da quelle che ho io - ma il senso dello stato era uguale evidentemente. Noi abbiamo trasmesso quell'intervista isolati come dei cani all'interno della Rai e all'interno di tutta la carta stampata. L'unico giornale che lo riprese, che riprese l'anticipazione che avevamo dato fu La Stampa, con un paio di cronisti molto in gamba, non faccio i loro nomi perché altrimenti potrei anche danneggiarli, ma adesso questa è una battuta. prendetela in quanto tale.. è la dimostrazione che c'è una specie di reticolato che non è fatto solo da ordini precostituiti, dai cattivi che danno ordine di non toccare quel punto, è fatto da mali che portiamo dentro, dall'interno del circuito dell'informazione, dalla nostra capacità di fare scelte totalmente autonome e potrei continuare a lungo su questa strada. Circa gli altri due punti che sono stati sollevati. La rivoluzione dal basso. Io sono perfettamente d'accordo, ma come ho detto nel seminario, lo ripeto qui, quindi alcuni dei presenti forse me l'hanno già sentito dire, io ritengo che la micro informazione sia vitale.

La microcomunicazione*

Sono perfettamente d'accordo con l'analisi di Babolin: è un punto nodale che tra l'altro permette la congiunzione dei due elementi culturali che partecipano a questo seminario, quello dei giornalisti e quello degli operatori sociali, quindi di eccezionale importanza. Però stiamo attenti. Io ho fatto questo piccolo esempio, lo rifaccio perché c'è anche un elemento piccolo e picaresco. Nel '68 io già battevo le strade d'Italia sia professionalmente che politicamente, facevo parte di un collettivo dell'audiovisivo italiano, cinema e televisione, c'era un personaggio dell'epoca di grande interesse che era l'attore Lou Castel, un attore di origine svedese, protagonista di un film di Belloccio straordinario che era "I pugni in tasca", il quale mise fuori dei soldi e mise una parte dei suoi guadagni per comprare una serie di cineprese 8 millimetri che all'epoca era l'equivalente della videocamera piccola, digitale di cui stavamo parlando ai tempi nostri e le demmo agli operai, perché c'era in quel momento un'elaborazione di Zavattini, il neorealismo, c'erano tante suggestioni intellettuali. Era una cifra, erano 15-20 cineprese. Il mese dopo andammo a vedere cosa la creatività della microcomunicazione dell'epoca aveva prodotto e scoprimmo che quelli che l'avevano usata l'avevano usata per fare il bambino nella tinozza, per far vedere la spesa della moglie e gli altri se l'erano tutti venduta. Parto dall'integrazione della microcomunicazione, dalla realtà nuova delle televisioni di strada, dell'emittenza locale ma bisogna ancorare tutto questo a dei sistemi, a dei progetti, perché altrimenti la dispersione è inevitabile e guardate che la grande parte delle così dette radio libere degli anni 70-80, centinaia e centinaia, hanno chiuso o sono state metabolizzate da qualche realtà ben più grossa. Allora si tratta di studiare progetti dal territorio, di formare professionalmente gli operatori, perché anche quello non si improvvisa, l'operaio a cui non è stato detto che cosa di straordinario può fare con una cinepresa e non ha visto "Miracolo a Milano" e "Umberto D.", se la vende o fa il ragazzino nella tinozza. Adesso prendetelo su una scala diversa, ma questo è il vero problema dell'informazione dal territorio: fare dei circuiti distributivi, unificare delle forze che altrimenti sono destinate ad essere disperse, frammentate o metabolizzate da chi la comunicazione dal territorio non la vuole fare, cercare i circuiti virtuosi con la stampa locale, tra radio, emittenza. Sedi regionali della Rai, il servizio pubblico, ha ancora delle cose da spendere. È vero quello che tu dicevi cioè che da solo certamente non si riforma, ma è vero che ci può essere una grande battaglia e che contribuire dal basso, ciascuno dall'interno, possa servire veramente a qualche cosa.


* Testo non rivisto dall'autore. Le qualifiche, se non diversamente specificato, si riferiscono al momento del seminario.