I Redattore Sociale 27-28 maggio 1994

Redattore Sociale

Pacifismo e obiezione di coscienza

Intervento di Nanni Salio

 

Nanni Sali*

Obiettori, pochi o tanti?

La prima domanda è questa: quanti sono gli obiet­tori di coscienza al servizio militare in Italia? Sono pochi o tanti? I dati numerici li trovate nella "Guida per l'informazione sociale", e non entro più di tanto nel merito per raccontare i particolari. Mi limito ad osservare un dato percentuale, che è quello importante e che forse nella Guida non è sottolineato. In Italia, dopo 22 anni dalla Legge 772 circa il 10 % dei giovani sceglie il servizio civile anziché il servizio militare. Questo dato è oggettivamente molto piccolo. Contrasta quindi con ogni superficiale analisi che in molti momenti è stata fatta per sostenere una tendenziale cultura di pace di questo paese. Si può confrontarlo, questo dato, con quello di altri due paesi: la Germania, dove da tempo l'indice di obiezione di coscienza è intorno al 50; ma forse è ancora più emblematico (confrontarlo) con quanto è avvenuto negli ultimi anni in Spagna, dove questo dato è dell'ordine del 60% (Sarebbe molto interessante poter indagare le ragioni di queste profonde diversità, soprattutto nei con­fronti della Spagna).

Un diritto non riconosciuto

La seconda domanda è: che cosa succederà del­l'obiezione di coscienza? La quale, di nuovo, come sapete, è stata bloccata nella nuova legge per ben due volte. Prima osservazione è questa: l'obiezione di co­scienza è riconosciuta come diritto soggettivo dal Parla­mento Europeo in una risoluzione di qualche tempo fa che invita caldamente a recepirla, ed anzi si rammarica che, come diritto soggettivo, non sia stata pienamente riconosciuta in tutti i paesi. A cominciare dall'Italia. Per cui uno dei punti nodali della nuova proposta di legge, che aveva incontrato forte resistenza, non è altro che un adeguarsi a quanto delle norme del diritto internazionale stabiliscono da sempre. Questo non significa, ovviamen­te, che il prossimo Governo accetterà questa indicazione, ma vuol dire che è possibile fare una lotta su questo punto, probabilmente più efficace di quanto non possa sembrare.

Verso un servizio civile per uomini e donne?

Dal punto di vista dei militari la soluzione caldeg­giata probabilmente sarà quella di riprendere un progetto di legge che fu approvato al Senato, la legge 1054, ma che non passò alla Camera: è una legge che esprimeva il punto di vista prevalente fra i militari, che consisteva nel tentare di andare verso un esercito professionale - quello che oggi viene convenzionalmente presentato come Nuovo Modello di Difesa - che riducesse drasticamente la leva, senza annullarla (perché ci sono molte difficoltà per arrivare ad un esercito soltanto professionale), e nel con­tempo istituire un servizio civile per tutti, uomini e donne. Questo è un progetto che trova anche consensi da parte di alcune grandi associazioni o organismi che si occupano dei problemi del servizio civile; tra questi la Caritas, anche se nella versione della legge 1054 ci sono delle differenze significative rispetto a quanto la Caritas aveva proposto. Cosa succederà in concreto non lo sappiamo, ma questa probabilmente è una delle linee di tendenza principali.

Obiezione atte spese militari: poca adesione

L'altra forma di obiezione di coscienza, su cui volutamente c'è meno attenzione, è l'obiezione di coscienza alle spese militari. Questa campagna dura da 12 anni, con un'adesione molto minoritaria rispetto al sem­plice dato del numero di giovani che scelgono il servizio civile, e che nel corso di questi ultimi 20 anni si stima sia stato intorno a 130-150 mila; mentre il numero di obiet­tori di coscienza alle spese militari l'anno scorso fu all'incirca di 5.000, dimezzandosi più o meno rispetto al dato del '91, quando dopo la guerra del Golfo vi fu un incremento significativo, ma pur sempre nell'ordine di cifre piuttosto limitate.
La domanda che ci si dovrebbe porre è: come mai nell'ambito di quell'area politica che dovrebbe essere naturalmente più spontanea a questa proposta e a questa campagna non c'è questa adesione? Mi riferisco ovvia­mente all'area, in generale, delle associazioni e dei movimenti del volontariato. L'obiettivo della campagna di obiezione alle spese militari, che è una campagna di disobbedienza civile, è quello di introdurre nel nostro Paese un modello di difesa alternativo a quello militare. Questo è un punto nodale rispetto a qualsiasi riflessione sul tema della pace e della guerra.

Ma l'obiezione è di destra o di sinistra? Tre idee a confronto

Una terza domanda parte da una riflessione, anzi da una domanda che mi fu posta non più di una decina di giorni fa in un corso di preparazione e di formazione per obiettori di coscienza della Caritas. Mi fu chiesto, sulla base di altri interrogativi che già si erano posti, se l'obiezione di coscienza è di destra o di sinistra. Sono tempi in cui queste domande sono ricorrenti. Si potrebbe aggiungere una seconda domanda: i pacifisti sono di destra o di sinistra? (...) Una risposta esaustiva richiede più tempo, ma molto schematicamente e sinteticamente la risposta che do è questa: ci sono tre idee di pace prevalenti: la prima è l'idea di pace negativa, cioè la pace come assenza di guerra. Questa è l'idea di pace che porremmo, con una sufficiente precisione, definire un'idea di destra (sebbene si possa sostenere che è un'idea largamente presente anche nella cultura di sinistra, ma questo fa parte dell'ambiguità, della dicotomia destra o  sinistra). La seconda idea è quella della pace come assenza di violenza diretta, cioè di guerra, e anche di violenza strutturale; o con un altro temine, la pace come realizzazione della giustizia: si potrebbe sostenere che questa è l'idea di sinistra. Entrambe queste idee giustifi­cano però la guerra. Nella prima concezione come guerra di difesa, prevalentemente, delle istituzioni, cioè dello Stato; nel secondo caso prevalentemente come guerra di liberazione, al punto tale che alcuni hanno proposto di non considerarla guerra (ovviamente con una riduzione della definizione e della idea di guerra che a mio parere non è accettabile). C'è una terza definizione di pace che è: la pace come nonviolenza, cioè come capacità di risolvere i conflitti nel micro e nel macro livello senza ricorrere alla lotta armata e senza ricorrere alla violenza distruttiva nei confronti dell'avversario. Questa idea di pace come nonviolenza è quella che più autenticamente corrisponde alla concezione di obiezione di coscienza. Questo non significa ovviamente che le motivazioni e le concezioni personali degli obiettori siano più disparate.

Un movimento che non c'è

Accanto a questo interrogativo ne sorge immediatamente un altro, che serve parzialmente a rispondere alla seconda domanda, quella relativa al termine pacifisti, che è un termine che bisognerebbe cercare sempre di correg­gere: che cos'è il movimento per la pace? La risposta principale è che il movimento per la pace è un movimento che non c'è. Non esiste un movimento per la pace. Oppure, se volete, si può dare un'altra risposta: sui media il movimento per la pace è un movimento che va da Occhetto a Woityla. Allora, il movimento per la pace è quel soggetto interno che serve per far sì che la politica estera diventi uno strumento, una scusa per fare politica interna. Nel senso che ogni vicenda di politica estera può servire per attaccare quella componente di quel movi­mento che va da Occhetto a Woityla, quando assumano delle posizioni non concordi con quelle istituzionali. Ma il movimento per la:pace, quello autentico con una struttura visibile, un programma, un progetto, una leadership indipendente, non esiste. Esistono delle micro associazioni che contano qualche centinaio di aderenti. Allora, la prima considerazione su cui bisogna assolutamente far chiarezza sui media è che quando si parla di pacifisti, di pacifismo, di movimenti per la pace, bisogna precisare se si sta parlando di un particolare partito che sta assumendo una posizione; di una componente delle forze sociali o religiose, qualora si stia parlando della Chiesa oppure di quelle strutture: che pur essendo minoritarie sono organizzate e operano da tempo con specifici pro­grammi. Questo di solito non avviene. Anzi, si potrebbe vedere (e lo vedremo immediatamente) come questi termini vengano usati soltanto a scopo strumentale.

Dopo l'89... biblioteche da buttare

Che cosa è successo nell'89? Per dare una risposta a questa domanda bisognerebbe prendere in esame alme­no una decina di interpretazioni diverse, ma mi soffermo su due soltanto. La prima interpretazione, quella corrente e ricorrente nei media, soprattutto in quegli anni ma anche a distanza di tempo è stata molto semplicistica. E cioè: si è trattato della vittoria dell'Occidente sui paesi dell'Est e del comunismo reale. Che però non spiega niente, è una spiegazione vuota. A tal punto vuota che le persone più oneste nel mondo accademico hanno ricono­sciuto che le vicende dell'89 hanno improvvisamente reso carta straccia intere biblioteche di 40 anni di studi sulle relazioni internazionali. Perché questi studi preve­devano che il cambiamento non avrebbe potuto avvenire se non attraverso una guerra esterna, che non c'è stata.
Non solo, e questa è la seconda interpretazione, che non è emersa nei media e di cui solo alcune frange minoritarie del movimento della pace hanno rivendicato l'autenticità: si è trattato di uno dei più grandi esempi del potere della rivoluzione civile non armata, o rivoluzione civile nonviolenta.
Si potrebbe lungamente esaminare questo fatto, ma purtroppo non ne abbiamo il tempo. Si tratta semplicemente di un flash, di un modo di interpre­tare quello che è avvenuto in un momento cardine della storia che abbiamo vissuto, e che serve parzialmente per spiegare - e questo è l'ultimo interrogativo che pongo prima di passare alla seconda parte - che cosa è avvenuto dall'89 in poi.
Nuovo disordine mondiale? Ma le guerre non sono aumentate...
C'è una tendenza da parte dei fautori del realismo politico - che continua ad essere sostanzialmente la concezione politologica dominante - di recuperare terre­no rispetto al fatto che nell'89 è avvenuto qualcosa che essi non hanno saputo né prevedere né interpretare. E' avvenuto anche un secondo fatto - come conseguenza empirica, pragmatica: che per la prima volta in questi ultimi decenni c'è stata un'inversione drastica del livello mondiale di spese militari: allora il realismo politico ha proposto, attraverso i media, selezionandole, alcune del­le guerre in corso presentandole man mano come un cambiamento che viene interpretato da alcuni come la grande guerra civile mondiale; per altri - in particolare per le amministrazioni americane - nel '91 si doveva trattare di un progetto di nuovo ordine mondiale, ed oggi, ma non in modo ironico come invece bisognerebbe fare, tende a prevalere l'idea che ci sia un nuovo disordine mondiale.
Il dato tecnico che invece bisognerebbe conoscere è che tra gli anni precedenti l'89 e gli anni successivi il numero delle guerre nel mondo non è aumentato. E' stabile. E' avvenuto invece un cambiamento che era già in corso precedentemente e di cui la gente non si era mai preoccupata perché l'Europa guardava soltanto se stessa: è avvenuto cioè che il 99% delle guerre non sono più guerre internazionali, ma sono guerre interne, cioè guerre civili. Allora nei confronti delle guerre civili è successo che, come riconoscono oramai i giornalisti più onesti, la tecnologia militare, quella che è stata preparata per 40 anni nel confronto tra Est e Ovest, si è dimostrata totalmente inefficace per poter affrontare questo nuovo tipo di guerra (1). Questi conflitti sono prevalentemente a bassa intensità, anche se il numero delle vittime può essere molto alto, complessivamente; rimangono, purtuttavia, guerre a bassa intensità  e sono guerre che presentano un estremo livello di violazione dei diritti umani delle popolazioni civili. Questo è sempre avvenu­to anche in passato, ma oggi è più facile vederlo perché non c'è più la cappa pesante e ingombrante della guerra fredda.

Alcune "regole deontologiche" per il redattore sociale. Primo: delegittimare le guerre

Allora, vediamo in modo più dettagliato quali dovrebbero essere alcune regole, che potremmo quasi definire "deontologiche", del redattore sociale per analizzare questi problemi in modo diverso da come normal­mente avviene nell'informazione dominante. L'informa­zione dominante ha come compito prevalente quello di giustificare le guerre. Lo fa attraverso moltepli­ci modalità, sia nel modo stesso con cui presenta le notizie e a maggior ragione nel modo con cui le commen­tano gli opinionisti.       
II compito del redattore sociale è quello di delegit­timare le guerre. Tutte le guerre sono ingiuste, sporche e brutte. Non c'era bisogno di vedere quello che sta avve­nendo nei Balcani, nella ex-Jugoslavia, per sostenere questo: bastava avere un minimo di memoria storica per sapere cosa è avvenuto nel corso dei 40 anni precedenti: oltre 140 guerre con 25-30 milioni di morti.

Secondo: ci sono alternative alle guerre

L'altro compito dei media è quello di sostenere che non ci sono alternative all'intervento militare. Compito prevalente (del redattore sociale), come sostengono alcu­ni studiosi (2), è proprio quello di continuare a mettere in evidenza che esistono alternative. L'alternativa alla guer­ra è la difesa popolare nonviolenta oppure, se lo volete esprimere in altri termini, la resistenza civile non armata, così come si sta manifestando nel Kossovo e come si è manifestata tra l'89 e il '91 nei paesi baltici. E'stata l'alternativa alla guerra in un'area che avrebbe potuto provocare un disastro non molto dissimile da quello della ex-Jugoslavia.

Terzo: le guerre come processi storici, non come eventi a sé

II terzo suggerimento è che, mentre l'informazione dominante considera le guerre come eventi, come mete­ore inspiegabili che improvvisamente da un giorno ali 'al­tro succedono, il redattore sociale deve presentare le guerre come processi storici. E deve far capire come, per esempio, la guerra del Ruanda è cominciata tre anni fa almeno, se non molto prima (3). L'informazione dominante, volutamente o surretiziamente, ma di fatto, non fa altro, insieme alla diplomazia internazionale, che legitti­mare i signori della guerra. Che sono coloro che siedono, attualmente ad esempio, ai tavoli della trattativa di pace a Ginevra, per quanto riguarda la questione jugoslava.

Quarto: legittimare i "signori della pace"

II compito, invece, di un redattore sociale è quello di legittimare i signori e le signore della pace; la componente prevalente dei movimenti per la pace, o dei movi­menti contro la guerra nell'ex-Jugoslavia è formata so­prattutto da donne. E' una componente autorevole, ha voce a livello internazionale, e l'unica voce è stata data loro da alcuni movimenti per la pace occidentali.

Quinto: "conflitto" non è guerra

Nel linguaggio corrente dei media c'è un uso per­verso e sbagliato, da un punto di vista tecnico, del termine "conflitto", usato come sinonimo di guerra: "il conflitto è guerra". Mentre invece il conflitto non è guerra: è una situazione che può evolvere verso forme diverse. La guerra è soltanto una delle modalità, la peggiore, per affrontare e risolvere un conflitto.

Sesto: costruire ponti tra le parti

Nei media uno dei compiti che abbiamo visto svilupparsi in modo specifico e sistematico in questi anni è la costruzione dell'immagine del nemico; mentre inve­ce occorre continuare a costruire dei ponti tra le parti. Costruire dei ponti per evitare che l'immagine del nemi­co semini odio. ET, analisi che è stata fatta in un articolo, molto ben documentato e analitico, che potete trovare sull'ultimo numero della rivista "Internazionale" (4). Costruire ponti anziché seminare odio come invece è avvenuto sia durante la guerra del Golfo e, a maggior ragione, da parte dei media, durante la vicenda jugoslava, e che sono considerati fra i principali responsabili di questa situazione.

Settimo: gli eserciti sono strutture criminali

Nell'informazione dominante le armi e gli eserciti sono considerati indispensabili, necessari. Non è pensa­bile, secondo questa dottrina, questa concezione domi­nante, affrontare i problemi della pace se non attraverso delle strutture che sono gli eserciti. Si potrebbe sostenere, in modo non necessariamente polemico, ma in modo analitico, che le armi sono la condizione che favorisce la scelta della guerra. Ed è la differenza fondamentale fra quanto è avvenuto nell"ex-Jugoslavia e quanto è avvenu­to, ad esempio, nei paesi baltici. Ed è il dato indicativo e significativo della vicenda del Ruanda. Si può sostenere, a ragion veduta, che gli eserciti sono delle strutture criminali.

Ottavo: "liberare gli oppressi e gli oppressori"

Nei media la violenza è notizia, normalmente, mentre la nonviolenza, l'azione nonviolenta solo raramente diventa notizia. E allora il compito è quello di ribaltare il punto di vista. Compito dei media è quello di creare uno schieramento, individuare i buoni e i cattivi, possibilmente individuare i cattivi come il capro espiato­rio, e chiedere di schierarsi amplificando quel fenomeno già accennato, cioè quello della costruzione dell'imma­gine del nemico che contribuisce a seminare odio e a rompere i ponti e la possibilità di comunicare tra le parti. Dal punto di vista, invece, della nonviolenza e quindi di un redattore sociale che voglia affrontare questo proble­ma da altri punti di vista, è necessario denunciare tutte le violenze, denunciare tutte le forme di violazione dei diritti umani che, per esempio, sono di natura tale nella situazione della ex-Jugoslavia da impedire di schierarsi e di individuare i buoni e i cattivi. Anche se ci sono responsabilità di misura maggiore o minore; ma sostene­re che ci sono responsabilità di misura maggiore o minore non significa affatto dire che bisogna schierarsi da una parte o dall'altra. Compito prevalente, e questo è il compito difficile che le terze parti dovrebbero svolgere, è quello di schierarsi da entrambe le parti, cioè liberare sia gli oppressi che gli oppressori. Ed ovviamente è un punto di vista sensibilmente diverso da quello della dicotomia classica, tradizionale, di destra e sinistra.

Nono: un "casco bianco" dei media

Nelle Nazioni Unite tende a prevalere un punto di vista che è quello delle Nazioni Unite viste come espres­sione del Consiglio di Sicurezza, e cioè espressione delle superpotenze. Mentre invece le Nazioni Unite dovrebbe­ro diventare Nazioni Unite dei popoli, Nazioni Unite che siano costituite prevalentemente, per quanto riguarda la loro capacità di intervento, di ingerenza e di interposizio­ne, da caschi bianchi, rosa e verdi. I caschi bianchi sono le forze di interposizione nonviolenta; i caschi rosa sono forze con una grande prevalenza femminile; i caschi verdi servono per intervenire in quella serie sempre più numerosa di catastrofi ecologiche che costituiscono an­ch'esse una delle ragioni di fondo che alimentano le guerre e i conflitti attuali.
In questo senso, il redattore sociale potrebbe consi­derarsi come un "casco bianco" dei media. O, per adottare un termine più convenzionale, un "casco blu" dei media. Cioè un redattore che interviene nelle situazioni di guerra presentando un punto di vista che non è quello che ho descritto prima attraverso alcuni elementi che lo caratterizzano in modo così fortemente negativo.

Decimo: denunciare le responsabilità delle istituzioni

L'ultimo punto con cui concludo la serie di sugge­rimenti che dovrebbero costituire questa specie di deon­tologia per quanto concerne i problemi della pace e della guerra è che mentre nell'informazione dominante non c'è mai un punto di vista che è quello del riconoscere i propri errori, ma il punto di vista che prevale è sempre quello di accusare gli altri, di trovare come dicevo un capro espiatorio e, in particolare - cosa paradossale che è stata documentata in modo brillante da un giornalista come Pansa negli anni che riguardavano specificamente la questione della guerra del Golfo (5) - il punto di vista paradossale che riguarda sia quella vicenda, sia quella della ex-Jugoslavia, sia quella della Somalia, è che il movimento per la pace, i "pacifisti" - con questo termine generico e carico di significato spregiativo - vengono accusati come se fossero responsabili di quanto sta avvenendo: sono responsabili loro di ciò che avviene in questi paesi. Come se il movimento per la pace avesse potere di decisione. E come se fosse il movimento per la pace che impedisce gli interventi di natura militare anche quando vengono contrabbandati come interventi di ingerenza umanitaria. Questa è una tecnica retorica, una tecnica di aggressione che Chomsky ha descritto molto bene nei suoi libri, ma che spesso viene dimenticata (6). Invece il compito prevalente di un'informazione che si ispira ai principi che abbiamo delineato è quello di riconoscere gli errori, di assumere le proprie responsabi­lità, di individuare e denunciare le responsabilità delle istituzioni. Sono responsabilità così gravi, soprattutto nelle situazioni con cui oggi abbiamo a che fare, che vengono presentate ancora una volta, paradossalmente, come situazioni non risolvibili. Sono non risolvibili nel momento in cui non si proceda preventivamente a trovare delle opzioni alternative rispetto a quelle che vengono presentate come inevitabili dalle dottrine militari domi­nanti".

 

1) Germaim Chambost, "I limiti della tecnologia militare nel conflitto jugoslavo",Internazionale, n.27, 14 maggio 1994, pp.35-37.
2) Johan Galtung, Ci sono alternative, EGA, Torino, 1986.
3) Frank Smyth, "Soldi, sangue e politica internazionale", Internazionale, n. 27, 14 Maggio 1994, pp. 29-31.
4) Thomas Fleiner, "Costruiamo ponti invece di seminare odio", Internazionale, n. 28, 21 Maggio 1994, pp. 38-41; "Capire la storia per cercare la pace", Internazionale, n. 29, 28 maggio 1994, pp. 38-41.
5) Giampaolo Pansa, // regime, L'Unità - Sperling & Kupfer,Roma 1993, cap.4.
6) Noam Chomsky, Illusioni necessarie, Elèuthera, Milano 1991.


* Testo non rivisto dall'autore. Le qualifiche si riferiscono al momento del seminario.